Il Consiglio nazionale forense, a seguito della recente decisione delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione (la n.19246/2010 del 9 settembre scorso) che sta creando non pochi problemi nella categoria forense, ha manifestato preoccupazione per il possibile effetto "smaltimento" per improcedibilita' di migliaia di opposizioni a decreti ingiuntivi. E' indispensabile - spiega il CNF - una legge urgente "che impedisca le dichiarazioni in massa di improcedibilita' delle opposizioni ai decreti ingiuntivi nelle quali l'opponente non si sia costituito nel termine di cinque giorni". La decisione delle Sezioni Unite da un lato ha confermato che l'abbreviazione dei termini di costituzione dell'opponente consegue automaticamente alla concessione all'opposto di un termine di comparizione inferiore a quello ordinario, ma dall'altro ha introdotto un meccanismo ''automatico'' della riduzione alla meta' del termine di costituzione dell'opposto che - secondo il CNF - può avere conseguenze devastanti. La tardiva costituzione dell'opponente (oltre il termine di cinque giorni) - ricorda il CNF - "va equiparata alla sua mancata costituzione e comporta l'improcedibilita' dell'opposizione". Per questo per il Cnf, occorrerebbe "chiarire urgentemente e in via normativa la portata dell'articolo 645 cpc, secondo comma, specificando che l'abbreviazione dei termini di costituzione dell'opponente non sia automatica ma discenda dalla sua scelta di avvalersi della facolta' di ridurre all'opposto il termine a comparire".
http://www.studiocataldi.it/news_giuridiche_asp/news_giuridica_9097.asp
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Avvocato: il Cnf vara il regolamento sulle SPECIALIZZAZIONI - In vigore dal 30 giugno 2011
Giocando d'anticipo sul Governo, il 24 settembre 2010 il Consiglio Nazionale Forense, a tutela del cittadino, ha emanato il regolamento che disciplina la magmatica materia delle specializzazioni forensi. Quali saranno le modalità per conseguire il titolo di specialista e quali sono le aree di specialità professionale individuate dal gruppo di lavoro coordinato dal Vice-Presidente Prof. Avv. Ubaldo Perfetti? Partiamo dalla seconda domanda: le aree di specialità sono ora undici e il regolamento stabilisce che l’avvocato possa conseguire il diploma di specializzazione in non più di DUE. V'è da ricordare che il regolamento è cautamente soggetto a revisione nell'anno dall'approvazione. Tale limite-vincolo appare prima facie ingiustificato a meno di presumere per tabulas la mediocrità e la scarsa versatilità degli avvocati italiani. Nella mia piccineria più assoluta, nel solo mese di agosto ho dovuto fronteggiare una gravosissima questione processuale che abbracciava cinque o sei delle aree tematiche. Ora sono in attesa che la Corte di Cassazione deliberi; grosso modo, sia che la mia cliente avrà torto, sia che avrà ragione, come mi auguro, dai Supremi Ermellini, professionalmente me la sono cavicchiata, oltretutto nel periodo di "fermo biologico", in cui ben difficilmente mi sarei potuto rivolgere ad un pool di 'specialisti', nella futura accezione della qualifica. Le aree sono: 1) Diritto di famiglia, dei minori e delle persone 2) Diritto della responsabilità civile e delle assicurazioni 3) Diritto commerciale 4) Diritto del lavoro, della previdenza e della sicurezza sociale 5) Diritto industriale 6) Diritto della concorrenza 7) Diritto tributario 8) Diritto amministrativo 9) Diritto della navigazione 10) Diritto dell’Unione europea 11) Diritto penale. Il Presidente Prof. Avv. Guido Alpa ha ricordato che “il Cnf ha voluto così coronare un lavoro iniziato a giugno e condotto nel confronto costante con gli Ordini e le Associazioni, nella convinzione che il riconoscimento delle qualifica di avvocato specialista sia a garanzia dell’interesse pubblico e di tutela del cittadino. Corrispondendo anche a una risalente esigenza dell’avvocatura, che già nel congresso di Genova del 1960 aveva posto questa necessità”. Ma quali sono i REQUISITI per conseguire il titolo di avvocato specialista? L’avvocato dovrà aver maturato un’anzianità di iscrizione all’albo, ininterrotta, di almeno sei anni; aver frequentato continuativamente per almeno un BIENNIO una scuola/corso tra quelli riconosciuti dal Cnf (per un minimo di DUECENTO ORE complessive di studio e esercitazioni); aver sostenuto con esito positivo l’esame presso il Cnf. In che cosa consiste l'esame? Si tratta dello svolgimento di una prova scritta su materia attinente all’area di specializzazione e nello svolgimento di una prova orale, avente ad oggetto anche la dimostrazione del possesso di un'esperienza pregressa nella materia. Il titolo di specialista non viene conservato se il professionista non cura l'aggiornamento nel triennio con almeno centoventi crediti formativi. Per ogni annualità i crediti formativi non dovranno essere inferiori a trenta. SCUOLE e corsi di specializzazione: presso il Cnf verrà istituito il registro dei soggetti abilitati alla istituzione e gestione delle scuole e/o di corsi di alta specializzazione, in cui verranno annoverati, a semplice richiesta, i Consigli dell’Ordine. Le scuole dovranno presentare al Cnf, annualmente prima dell’inizio dell’anno "scolastico", il programma dettagliato della scuola o del corso. Norma transitoria. Gli avvocati che alla data di entrata in vigore del regolamento avranno una anzianità di iscrizione al’albo, continuativa, di VENT'ANNI potranno acquisire il titolo di specialista, in non più di UNA (chissà mai perchè) delle aree di specializzazione, presentando al Consiglio dell’Ordine di appartenenza, che esprimerà un parere non vincolante, documenti e titoli che dimostrino la particolare conoscenza della materia. Il Cnf provvederà all’iscrizione previo eventuale colloquio. Entrata in vigore: il regolamento del Cnf entrerà in vigore il 30 GIUGNO 2011. E Voi come la pensate? Intendete intraprendere un percorso irto di sacrifici e di costi che di certo sottrarrà tempo prezioso proprio alla professione ed allo svago o vorrete morire generalisti? Nei piccoli centri conviene diventare specialisti o si rischia di confondere la clientela? E quali saranno i profili della nuova responsabilità professionale dello specialista? Sappiamo che per gli avvocati la giurisprudenza sta evolvendo in maniera sempre più esigente, penetrante e colpevolista. Ed i generalisti verranno mai discriminati nell'esercizio del fondamentale diritto di difesa per il quale pur vantano un titolo riconosciuto dallo Stato Italiano? Siete pronti ad ascoltare lezioni che - il rischio esiste - potrebbero essere talora teoriche e professorali tali e quali a quelle della stragrande maggioranza degli Atenei? seminari che magari non apportano niente al Vostro già robusto bagaglio di esperienza, in cui chi insegna talora non frequenta i palazzi di giustizia e corre seriamente il rischio di saperne di meno del discente se non altro in termini pratici, di onere della prova, di prescrizione, di evoluzioni giurisprudenziali? Di certo, l'avvocato esperto ha una 'cilindrata' molto più potente di un accademico (che non eserciti con assiduità la professione forense) per il semplice fatto che deve dare risposte e rapide. Non a caso se un docente anche di diritto penale è indagato, corre dai legali del foro. Perdersi nell'oceano mare dell'elaborazione di astratte teorie, spesso de jure condendo, non è consentito all'avvocato, che ha il cliente in ansiosa attesa sullo zerbino, deve cercare la soluzione e deve orizzontarsi tra norme concomitanti e confliggenti, Il mio grande dilemma, poi, è che si perda in mille, incomunicanti rivoli l'unitarietà e la continuità tra generazioni del sapere tecnico-giuridico e che si profili all'orizzonte un futuro in cui tutti i legali saranno iperspecializzati ed all'apparenza bravissimi, tecnocrati inappuntabili (che, poi, alla prova dei fatti non sapranno come richiedere una notifica, come si calcolano i termini a ritroso, a quali campi si estende la sospensione feriale dei termini ...), ma nessuno sappia più fare veramente l'Avvocato (la maiuscola non è casuale). Una generazione che non avrà più "i fondamentali", ma troverà il tempo a disposizione per frequentare scuole biennali e corsi di mantenimento del titolo di specialista. Una professione, la nostra, che, come quella del Medico (altra meditata lettera grande), non può diventare 'normale' semplicemente perché non lo è. Quando a casa mia - erano gli anni Sessanta - si trepidava perché qualcuno stava male, bussava alla porta il Dott. Gentilucci; nessuno fiatava in attesa di conoscere il responso: non aveva con sé particolare strumentistica, ma soltanto la sua capiente gerla di esperienza e di competenza. Sapeva tanto, aveva speso bene le sue energie professionali. La sua casistica era enorme. Certo, dopo si facevano gli esami e le analisi. Ricordate perchè mai morì il Campionissimo Fausto Coppi? Sarebbero state sufficienti una diagnosi tempestiva ed una pasticca. "Dotti, medici e sapienti" (parole e musica di Edoardo Bennato) diagnosticarono broncopolmonite emorragica da virus. Era, invece, malaria: un tubetto di umile chinino l'avrebbe debellata. La scienza fu sorda e cieca: il fratello del ciclista Geminiani, pure ammalato nel tour in Africa, telefonava dalla Francia: "è malaria! L'ha confermato anche l'Istituto Pasteur". Se il caro, austero Dott. Gentilucci allertava o se tranquillizzava, era difficile che sbagliasse. Sapeva distinguere i sintomi. Il giurista non è forse colui che bene distinguit? La parola di oggi è, dunque, avvocato SPECIALISTA. Come al solito, lo spazio qui sotto è la virtuale lavagna su cui imprimere le Vostre considerazioni con un gessetto che, però, a differenza di quello scolastico, ha il pregio di non far accapponare la pelle. Interessa la Vostra opinione anche sulle macro-aree che sono state individuate: tanto per esemplificare, a caldo quella del diritto della navigazione mi pare francamente obsoleta e di gran lunga assorbita dal Diritto dei Trasporti. Per contro, che cosa significa essere specialisti in Diritto dell'Unione Europea quando tutti dovremmo conoscere quel ramo del sapere al pari delle pronunce della nostra Corte Costituzionale. Altrimenti, non andiamo da nessuna parte. Scrivete, scrivete, scrivete, se volete e potete. Io, nel frattempo, mi vado a leggere "Teoria generale del diritto" del 1951 che ho appena acquistato (con somma goduria) a Camerino, nel corso di un convegno sull'arbitrato: è in ristampa anastatica a cura della Scuola di specializzazione in diritto civile dell'Università camerte, Edizioni Scientifiche Italiane. Mi hanno anche appioppato un catalogo a forma di mattone, in copertina una stupenda foto in bianco e nero di un tavolino stracolmo di libri e lenti d'ingrandimento dirimpetto al Vesuvio: contiene le pubblicazioni ESI dal 1945 al 2010: tanto di cappello all'editore di Napoli, Via Chiatamone, n°7, info@edizioniesi.it (s'intenda, il libro l'ho pagato, non me l'hanno regalato per la pubblicità). In fondo, non è vero che Francesco CARNELUTTI sia morto nel 1965, né mai morrà. S'interrogava l'immenso Giurista: "mi domando come, se non avessi studiato la funzione del processo, PENALE o CIVILE, dalla quale dopo tutto dipende la sua struttura, avrei potuto costruirne la teoria". Fate caso, se lo sfoglierete, alla peculiarità rara che il testo non ha una nota. E così Elio FAZZALARI. Studio Cataldi gli dedicò il commiato del 23 luglio 2010 (che è tanto piaciuto all'affezionato lettore del Portale Paolo Emilio Battaglia dell'Agenzia Spaziale Italiana). Memorabile il suo testo "Istituzioni di Diritto Processuale" edito per CEDAM in un'infinità di edizioni (la mia, che custodisco gelosamente, è in similpelle blù con scritte in rosso granata bordate d'oro), che dimostra all'evidenza che non esiste il civilista, il penalista, l'amministrativista, ma semplicemente il PROCESSUALISTA. Abbeverarsi alle fonti del sapere è, in primo luogo, un gesto spontaneo, non imposto, e, in secondo luogo, non sopporta parcellizzazioni, detesta i compartimenti stagni. Ah, dimenticavo: Fausto Coppi era eccellente scalatore, grande passista e forte in volata e a cronometro.
http://www.studiocataldi.it/news_giuridiche_asp/news_giuridica_9036.asp
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Consigli giudiziari: Un vademecum per potenziare al massimo la presenza degli avvocati
Focus sulle segnalazioni sulla valutazione di professionalità dei magistrati e sulle disfunzioni degli uffici. Il Consiglio nazionale forense presenta una guida operativa sui Consigli giudiziari e sul ruolo degli avvocati.
Roma 15/9/2010. Sfruttare al massimo, in un ottica di servizio al sistema giustizia, la presenza degli avvocati nei Consigli giudiziari e potenziare l’apporto che anche i Consigli dell’Ordine e i singoli avvocati possono fornire nella organizzazione degli uffici giudiziari, nella vigilanza sul loro buon andamento e nella valutazione di professionalità dei magistrati. E’ questa la indicazione principale che emerge nel Vademecum sui Consigli giudiziari, messo a punto dal gruppo di lavoro sui Consigli giudiziari, costituito dal Consiglio nazionale forense e coordinato dal consigliere Andrea Mascherin. Il vademecum è stato presentato oggi a Roma ai componenti avvocati degli stessi organi di autogoverno decentrato della magistratura e ai presidenti dei Consigli dell’Ordine, con le relazioni di Antonio Giorgino, Stefano Frizzi e Alberto Massignani.
“Il Vademecum è il segno tangibile della funzione sociale dell’avvocatura. Con la riforma dell’Ordinamento giudiziario, che ha esteso la partecipazione ai Consigli giudiziari anche agli avvocati, si è coinvolta l’avvocatura nell’amministrazione efficiente e corretta della giustizia, aggiungendo un tassello al disegno di cooperazione tra avvocatura e magistratura che si declina in tante norme e in tante prassi. Il disegno tuttavia non è completo perché il ruolo dell’avvocatura deve essere rafforzato”, ha sottolineano il presidente Alpa riferendosi a recenti iniziative legislative (AC 3539) che mirano, tra le altre cose, a riconoscere agli avvocati componenti i CCGG la competenza anche a deliberare sulla valutazione di professionalità dei magistrati e a motivare il non accoglimento delle osservazioni dei consigli dell’Ordine. Alpa, ringraziando “di cuore” il gruppo di lavoro ha aggiunto: “L’avvocatura dunque svolge sempre di più un ruolo di supporto e di controllo sullo svolgimento dell’attività giudiziaria ai fini della critica e anche dell’apprezzamento del lavoro dei giudici” In attesa che il percorso legislativo si snodi, tuttavia, il Cnf punta a rafforzare l’impegno dell’avvocatura a quadro normativo vigente e in questa direzione va il Vademecum presentato oggi. Si tratta di una guida pratica che, indirizzata agli avvocati componenti dei CCGG, ai Consigli dell’Ordine e agli stessi avvocati iscritti agli albi, da una parte illustra il quadro normativo e dall’altra, soprattutto, indica tutte le competenze riconosciute all’Avvocatura per far sentire la propria voce nella organizzazione/gestione degli uffici giudiziari, invitando a non tralasciarne alcuna.
Formazione delle tabelle. Il Consiglio giudiziario (nella formazione ordinaria magistrati- avvocati-professori universitari) deve esprimere un parere al Consiglio superiore della magistratura. Prodromico al parere è l’invio della proposta tabellare da parte del presidente del tribunale al Coa territorialmente competente. Il vademecum richiama l’attenzione sulla circolare del Csm per la formazione delle tabelle per il triennio 2009-2011 che procedimentalizza la partecipazione dei Consigli dell’Ordine alla predisposizione della proposta tabellare “nella consapevolezza dell’imprescindibile ruolo della classe forense nell’organizzazione degli uffici giudiziari”. Il vademecum ricorda che i dirigenti degli uffici giudiziari devono motivare le ragioni per cui accolgono o rigettano le osservazioni formulate anche dai Consigli dell’Ordine.”In definitiva è chiaro come sia dato ai Consigli dell’Ordine il potere di intervenire in modo concreto nel proporre, suggerire o criticare l’organizzazione dei singoli uffici giudiziari, prevedendo in sostanza un obbligo di interlocuzione da parte dei dirigenti degli uffici e dei presidenti di Corte d’appello, rispettivamente prima della proposta tabellare e prima del parere del Consiglio giudiziario”.
Vigilanza sull’andamento degli uffici giudiziari del distretto. Il Vademecum sottolinea la rilevanza di questo “potere di segnalazione di carattere generale esercitabile del Consiglio dell’Ordine” che può indicare direttamente al Consiglio giudiziario situazioni patologiche specifiche o malfunzionamenti o disfunzioni organizzative che si riverberino sull’attività giurisdizionale. La guida evidenzia che la verifica deve essere costruttiva, cioè funzionale anche alla diffusione di buone prassi e alla promozione di modelli organizzativi efficienti. Qui i Consigli possono vantare una “competenza ad agire in prevenzione”. Il vademecum rileva che in questa prospettiva “deve essere valorizzato il privilegiato e qualificato punto di osservazione degli avvocati che vivono professionalmente l’ufficio giudiziario”, combattendo “pigrizie” ma anche “prese di posizioni personali”.
Valutazione di professionalità dei magistrati. Nonostante i componenti non togati dei CCGG non abbiamo competenza in materia, il vademecum ricorda che il Csm ha sostanzialmente riconosciuto loro il diritto di tribuna e, soprattutto, l’ordinamento assegna ad essi, ai Consigli dell’Ordine ed ai singoli avvocati la possibilità di inviare segnalazioni sui comportamenti dei magistrati. Segnalazioni che dovranno esser attendibili, circostanziate e documentate. Il Vademecum spiega icriteri di valutazione della professionalità (dalla capacità all’impegno), sottolineando che la “loro conoscenza è necessaria per formulare segnalazioni adeguate” e perché “a seguito delle segnalazioni potrebbe crearsi una posizione di controinteressato da parte del segnalante o dell’organismo rappresentativo, tale da legittimare il ricorso alla giustizia amministrativa”.
Commissione flussi. Emanazione del Consiglio giudiziario, valuta la produttività degli uffici giudiziari in base ai dati statistici. Nella prassi, i Consigli giudiziari acquisiscono preventivamente il parere della commissione flussi in vista della formazione della proposta tabellare. Il vademecum invita i componenti avvocati a partecipare alla commissione flussi, per sviluppare “un approccio più consapevole alla valutazione della tabella e alle sue variazioni”.
http://www.consiglionazionaleforense.it//on-line/Home/AreaStampa/Comunicatistampa/articolo6534.html
Roma 15/9/2010. Sfruttare al massimo, in un ottica di servizio al sistema giustizia, la presenza degli avvocati nei Consigli giudiziari e potenziare l’apporto che anche i Consigli dell’Ordine e i singoli avvocati possono fornire nella organizzazione degli uffici giudiziari, nella vigilanza sul loro buon andamento e nella valutazione di professionalità dei magistrati. E’ questa la indicazione principale che emerge nel Vademecum sui Consigli giudiziari, messo a punto dal gruppo di lavoro sui Consigli giudiziari, costituito dal Consiglio nazionale forense e coordinato dal consigliere Andrea Mascherin. Il vademecum è stato presentato oggi a Roma ai componenti avvocati degli stessi organi di autogoverno decentrato della magistratura e ai presidenti dei Consigli dell’Ordine, con le relazioni di Antonio Giorgino, Stefano Frizzi e Alberto Massignani.
“Il Vademecum è il segno tangibile della funzione sociale dell’avvocatura. Con la riforma dell’Ordinamento giudiziario, che ha esteso la partecipazione ai Consigli giudiziari anche agli avvocati, si è coinvolta l’avvocatura nell’amministrazione efficiente e corretta della giustizia, aggiungendo un tassello al disegno di cooperazione tra avvocatura e magistratura che si declina in tante norme e in tante prassi. Il disegno tuttavia non è completo perché il ruolo dell’avvocatura deve essere rafforzato”, ha sottolineano il presidente Alpa riferendosi a recenti iniziative legislative (AC 3539) che mirano, tra le altre cose, a riconoscere agli avvocati componenti i CCGG la competenza anche a deliberare sulla valutazione di professionalità dei magistrati e a motivare il non accoglimento delle osservazioni dei consigli dell’Ordine. Alpa, ringraziando “di cuore” il gruppo di lavoro ha aggiunto: “L’avvocatura dunque svolge sempre di più un ruolo di supporto e di controllo sullo svolgimento dell’attività giudiziaria ai fini della critica e anche dell’apprezzamento del lavoro dei giudici” In attesa che il percorso legislativo si snodi, tuttavia, il Cnf punta a rafforzare l’impegno dell’avvocatura a quadro normativo vigente e in questa direzione va il Vademecum presentato oggi. Si tratta di una guida pratica che, indirizzata agli avvocati componenti dei CCGG, ai Consigli dell’Ordine e agli stessi avvocati iscritti agli albi, da una parte illustra il quadro normativo e dall’altra, soprattutto, indica tutte le competenze riconosciute all’Avvocatura per far sentire la propria voce nella organizzazione/gestione degli uffici giudiziari, invitando a non tralasciarne alcuna.
Formazione delle tabelle. Il Consiglio giudiziario (nella formazione ordinaria magistrati- avvocati-professori universitari) deve esprimere un parere al Consiglio superiore della magistratura. Prodromico al parere è l’invio della proposta tabellare da parte del presidente del tribunale al Coa territorialmente competente. Il vademecum richiama l’attenzione sulla circolare del Csm per la formazione delle tabelle per il triennio 2009-2011 che procedimentalizza la partecipazione dei Consigli dell’Ordine alla predisposizione della proposta tabellare “nella consapevolezza dell’imprescindibile ruolo della classe forense nell’organizzazione degli uffici giudiziari”. Il vademecum ricorda che i dirigenti degli uffici giudiziari devono motivare le ragioni per cui accolgono o rigettano le osservazioni formulate anche dai Consigli dell’Ordine.”In definitiva è chiaro come sia dato ai Consigli dell’Ordine il potere di intervenire in modo concreto nel proporre, suggerire o criticare l’organizzazione dei singoli uffici giudiziari, prevedendo in sostanza un obbligo di interlocuzione da parte dei dirigenti degli uffici e dei presidenti di Corte d’appello, rispettivamente prima della proposta tabellare e prima del parere del Consiglio giudiziario”.
Vigilanza sull’andamento degli uffici giudiziari del distretto. Il Vademecum sottolinea la rilevanza di questo “potere di segnalazione di carattere generale esercitabile del Consiglio dell’Ordine” che può indicare direttamente al Consiglio giudiziario situazioni patologiche specifiche o malfunzionamenti o disfunzioni organizzative che si riverberino sull’attività giurisdizionale. La guida evidenzia che la verifica deve essere costruttiva, cioè funzionale anche alla diffusione di buone prassi e alla promozione di modelli organizzativi efficienti. Qui i Consigli possono vantare una “competenza ad agire in prevenzione”. Il vademecum rileva che in questa prospettiva “deve essere valorizzato il privilegiato e qualificato punto di osservazione degli avvocati che vivono professionalmente l’ufficio giudiziario”, combattendo “pigrizie” ma anche “prese di posizioni personali”.
Valutazione di professionalità dei magistrati. Nonostante i componenti non togati dei CCGG non abbiamo competenza in materia, il vademecum ricorda che il Csm ha sostanzialmente riconosciuto loro il diritto di tribuna e, soprattutto, l’ordinamento assegna ad essi, ai Consigli dell’Ordine ed ai singoli avvocati la possibilità di inviare segnalazioni sui comportamenti dei magistrati. Segnalazioni che dovranno esser attendibili, circostanziate e documentate. Il Vademecum spiega icriteri di valutazione della professionalità (dalla capacità all’impegno), sottolineando che la “loro conoscenza è necessaria per formulare segnalazioni adeguate” e perché “a seguito delle segnalazioni potrebbe crearsi una posizione di controinteressato da parte del segnalante o dell’organismo rappresentativo, tale da legittimare il ricorso alla giustizia amministrativa”.
Commissione flussi. Emanazione del Consiglio giudiziario, valuta la produttività degli uffici giudiziari in base ai dati statistici. Nella prassi, i Consigli giudiziari acquisiscono preventivamente il parere della commissione flussi in vista della formazione della proposta tabellare. Il vademecum invita i componenti avvocati a partecipare alla commissione flussi, per sviluppare “un approccio più consapevole alla valutazione della tabella e alle sue variazioni”.
http://www.consiglionazionaleforense.it//on-line/Home/AreaStampa/Comunicatistampa/articolo6534.html
Festival del diritto, il presidente Alpa parlerà di conciliazione e ruolo dell'avvocato nella difesa dei diritti.
Il Consiglio nazionale forense sarà presente al Festival del Diritto, organizzato da Editori Laterza, che si terrà a Piacenza dal 23 al 26 settembre.
Tre le occasioni che vedono il Cnf impegnato sui temi del consesso.
Il presidente Guido Alpa parteciperà il 25 settembre, nell'ambito della sessione Istruzioni per l'uso, al dibattito La conciliazione, soluzione di emergenza o d'bbligo per la crisi della giustizia civile? (Palazzo Galli, Sala Panini, ore 11.00); il 26 settembre, per la sessione Diritto in azione, parlerà di Diversità e diritti:il ruolo dell'avvocato (palazzo Rota Pisaroni, Salone d'onore, ore 11.00). A seguire si terrà la tavola rotonda a cura del Cnf Tecniche di difesa dei diritti umani e dialogo tra le Corti, alla quale interverranno i consiglieri Carlo Allorio, Stefano Borsacchi, Fabio Florio, Ubaldo Perfetti, Pierluigi Tirale, Giovanni Vaccaro
http://www.consiglionazionaleforense.it//on-line/Home/BancaDation-line/AttivitadellaPresidenza/articolo6526.html
Tre le occasioni che vedono il Cnf impegnato sui temi del consesso.
Il presidente Guido Alpa parteciperà il 25 settembre, nell'ambito della sessione Istruzioni per l'uso, al dibattito La conciliazione, soluzione di emergenza o d'bbligo per la crisi della giustizia civile? (Palazzo Galli, Sala Panini, ore 11.00); il 26 settembre, per la sessione Diritto in azione, parlerà di Diversità e diritti:il ruolo dell'avvocato (palazzo Rota Pisaroni, Salone d'onore, ore 11.00). A seguire si terrà la tavola rotonda a cura del Cnf Tecniche di difesa dei diritti umani e dialogo tra le Corti, alla quale interverranno i consiglieri Carlo Allorio, Stefano Borsacchi, Fabio Florio, Ubaldo Perfetti, Pierluigi Tirale, Giovanni Vaccaro
http://www.consiglionazionaleforense.it//on-line/Home/BancaDation-line/AttivitadellaPresidenza/articolo6526.html
CNF - E’ ingannevole la pubblicità Cepu “Diventa avvocato senza esame di abilitazione”
Il Consiglio nazionale forense ha presentato un esposto all’Autorità Antitrust chiedendo di sospendere già in via cautelare il messaggio pubblicitario. “Tale pubblicità provoca un danno all’affidamento del pubblico e alla trasparenza della informazione”
Roma. L’annuncio pubblicitario Cepu “Diventa avvocato senza esame di abilitazione” è ingannevole perché non è veritiero (riporta l’offerta di un servizio inesistente); omette informazioni fondamentali che il consumatore utente dovrebbe conoscere; omette di riferire le conseguenze giuridiche dell’attività proposta. Per questo motivo va sospeso in via cautelare, la società deve essere sanzionata e deve disporre la pubblicazione di rettifica sui principali quotidiani nazionali dove è apparso il messaggio pubblicitario.
Il Consiglio nazionale forense prende una posizione dura contro la pubblicità Cepu apparsa sui principali quotidiani nazionali, sia economici che generalisti, che sembra promettere l’acquisizione automatica del titolo di avvocato abilitandosi in Spagna. E lo fa presentando un esposto all’Autorità garante per la concorrenza ed il mercato per far valere l’articolo 20 del Codice del Consumo-Divieto delle pratiche commerciali scorrette in quanto ingannevoli (articoli 21 e 22).
L’esposto è stato depositato mercoledì 28 luglio.
I fatti. La società Cesd srl, operante con il marchio Cepu nel settore delle lezioni private a pagamento, e della preparazione universitaria e scolastica, negli ultimi mesi ha pubblicato sui principali quotidiani nazionali, economici e generalisti, e su internet, annunci volti ad offrire servizi di intermediazione per il conseguimento del titolo professionale di avvocato eludendo la disciplina italiana in tema di abilitazione all’esercizio della professione forense, “attraverso” sottolinea l’esposto, “ l’uso fraudolento della disciplina di diritto comunitario in materia di esercizio del diritto di stabilimento (direttiva 1998/5/Cee) ed in materia di riconoscimento delle qualifiche professionali( 2005/36/Cee)”.
Per il Cnf il messaggio pubblicitario è scorretto in quanto ingannevole, “atteso che promette un risultato non veritiero-l’automatica acquisizione della qualifica professionale- e in ogni caso omette fondamentali informazioni.
Il contesto normativo. L’esposto Cnf ricorda come la necessità del superamento dell’esame di Stato per l’esercizio delle professione forense è prevista dalla Costituzione della Repubblica (articolo 33, 4° comma) per la tutela dell’interesse pubblico (Corte Costituzionale sentt. 75/1999, 5/1999 da ultimo). E ripercorre il contesto normativo relativo al riconoscimento dei titoli professionali conseguiti in un altro paese dell’Unione europea, per sottolineare che sia il sistema di stabilimento/integrazione (direttiva 98/5/Cee) che quello di riconoscimento titoli (direttiva 2005/36/Cee) non conferiscono in maniera automatica il titolo professionale italiano di avvocato. Il primo, perché prevede l’utilizzo del titolo di origine, l’esercizio professionale di intesa con un avvocato italiano e l’acquisizione del titolo italiano dopo tre anni di attività professionale effettiva; il secondo, perché impone un sistema di riconoscimento del titolo con decreto ministeriale che può prevedere misure compensative. Il Cnf cita la sentenza della Corte di Giustizia Cavallera (C-311/ 06), che ha statuito che le regole di diritto Ue in materia di stabilimento non possono essere utilizzate per l’esclusivo scopo di aggirare la disciplina nazionale in tema di accesso ed esercizio di una libera professione, sfruttando la diversità di disciplina interna tra due stati membri. “ E’ dunque più che concreta la possibilità che i laureati italiani che diventano abogado non possiedano al ritorno in Italia, alcun genuino legame con la professione spagnola che possa giustificare l’esercizio del diritto di stabilimento e la successiva iscrizione all’albo degli avvocati”. D’altra parte, già il Cnf con un suo parere ( n. 17 del giugno 2009) aveva richiamato i Consigli dell’Ordine sulla necessità di rispettare il diritto di stabilimento nonché i criteri dettati dalla giurisprudenza comunitaria in sede di valutazione delle domande di iscrizione agli albi, vigilando che non sia indebitamente eluso l’esame di Stato (strumento per garantire al cittadino il corretto esercizio di difesa e la tutela all’interno del giusto processo) attraverso l’esercizio fraudolento delle libertà garantite dall’ordinamento Ue.
I motivi a base dell’esposto. Il Cnf rileva che il messaggio pubblicitario non è veritiero perché riporta l’offerta di un servizio inesistente o comunque del tutto difforme da quello realmente offerto. Tanto che, a una ricerca più approfondita sul sito internet, la società descrive i passaggi della procedura condizionati ad attività e istanze che l’interessato deve svolgere di persona e tutte soggette a valutazioni tecniche e di merito delle competenti amministrazioni, spagnole e italiane. “ In buona sostanza il risultato propagandato non costituisce un risultato conseguibile con certezza e in maniera automatica, in quanto il riconoscimento è il risultato di scelte discrezionali operate dai competenti organi nazionali” rileva il Cnf citando anche gli stessi provvedimenti dell’Antitrust. Quindi “il messaggio proposto viola l’articolo 21, comma 2, lettera b del dlgs 205/2005, perché idoneo a indurre in errore il consumatore circa l’esistenza e la natura del prodotto”. Viola inoltre la lettera c dello stesso articolo perché induce in errore rispetto “alla portata degli impegni del professionista”, visto che l’attività svolta dalla società non si stende, né potrebbe, fino a garantire o agevolare il processo di riconoscimento dei titoli. Non solo. Il Cnf denuncia anche l’omissione di informazioni fondamentali che il consumatore-utente dovrebbe conoscere (articolo 22, comma 1), laddove omette di chiarire che c’è una “concreta possibilità che l’Ordine forense rifiuti l’iscrizione dell’istante abogado rilevando l’abuso dello strumento comunitario”, e l’omissione di riferimento alle conseguenze giuridiche dell’attività proposta, non chiarendo i vincoli di legge e i rischi connessi al provvedimento di riconoscimento artificioso dei titoli (per esempio una cancellazione ex post in occasione della revisione annuale degli albi).
http://www.consiglionazionaleforense.it//on-line/Home/AreaStampa/Comunicatistampa/articolo6514.html
Roma. L’annuncio pubblicitario Cepu “Diventa avvocato senza esame di abilitazione” è ingannevole perché non è veritiero (riporta l’offerta di un servizio inesistente); omette informazioni fondamentali che il consumatore utente dovrebbe conoscere; omette di riferire le conseguenze giuridiche dell’attività proposta. Per questo motivo va sospeso in via cautelare, la società deve essere sanzionata e deve disporre la pubblicazione di rettifica sui principali quotidiani nazionali dove è apparso il messaggio pubblicitario.
Il Consiglio nazionale forense prende una posizione dura contro la pubblicità Cepu apparsa sui principali quotidiani nazionali, sia economici che generalisti, che sembra promettere l’acquisizione automatica del titolo di avvocato abilitandosi in Spagna. E lo fa presentando un esposto all’Autorità garante per la concorrenza ed il mercato per far valere l’articolo 20 del Codice del Consumo-Divieto delle pratiche commerciali scorrette in quanto ingannevoli (articoli 21 e 22).
L’esposto è stato depositato mercoledì 28 luglio.
I fatti. La società Cesd srl, operante con il marchio Cepu nel settore delle lezioni private a pagamento, e della preparazione universitaria e scolastica, negli ultimi mesi ha pubblicato sui principali quotidiani nazionali, economici e generalisti, e su internet, annunci volti ad offrire servizi di intermediazione per il conseguimento del titolo professionale di avvocato eludendo la disciplina italiana in tema di abilitazione all’esercizio della professione forense, “attraverso” sottolinea l’esposto, “ l’uso fraudolento della disciplina di diritto comunitario in materia di esercizio del diritto di stabilimento (direttiva 1998/5/Cee) ed in materia di riconoscimento delle qualifiche professionali( 2005/36/Cee)”.
Per il Cnf il messaggio pubblicitario è scorretto in quanto ingannevole, “atteso che promette un risultato non veritiero-l’automatica acquisizione della qualifica professionale- e in ogni caso omette fondamentali informazioni.
Il contesto normativo. L’esposto Cnf ricorda come la necessità del superamento dell’esame di Stato per l’esercizio delle professione forense è prevista dalla Costituzione della Repubblica (articolo 33, 4° comma) per la tutela dell’interesse pubblico (Corte Costituzionale sentt. 75/1999, 5/1999 da ultimo). E ripercorre il contesto normativo relativo al riconoscimento dei titoli professionali conseguiti in un altro paese dell’Unione europea, per sottolineare che sia il sistema di stabilimento/integrazione (direttiva 98/5/Cee) che quello di riconoscimento titoli (direttiva 2005/36/Cee) non conferiscono in maniera automatica il titolo professionale italiano di avvocato. Il primo, perché prevede l’utilizzo del titolo di origine, l’esercizio professionale di intesa con un avvocato italiano e l’acquisizione del titolo italiano dopo tre anni di attività professionale effettiva; il secondo, perché impone un sistema di riconoscimento del titolo con decreto ministeriale che può prevedere misure compensative. Il Cnf cita la sentenza della Corte di Giustizia Cavallera (C-311/ 06), che ha statuito che le regole di diritto Ue in materia di stabilimento non possono essere utilizzate per l’esclusivo scopo di aggirare la disciplina nazionale in tema di accesso ed esercizio di una libera professione, sfruttando la diversità di disciplina interna tra due stati membri. “ E’ dunque più che concreta la possibilità che i laureati italiani che diventano abogado non possiedano al ritorno in Italia, alcun genuino legame con la professione spagnola che possa giustificare l’esercizio del diritto di stabilimento e la successiva iscrizione all’albo degli avvocati”. D’altra parte, già il Cnf con un suo parere ( n. 17 del giugno 2009) aveva richiamato i Consigli dell’Ordine sulla necessità di rispettare il diritto di stabilimento nonché i criteri dettati dalla giurisprudenza comunitaria in sede di valutazione delle domande di iscrizione agli albi, vigilando che non sia indebitamente eluso l’esame di Stato (strumento per garantire al cittadino il corretto esercizio di difesa e la tutela all’interno del giusto processo) attraverso l’esercizio fraudolento delle libertà garantite dall’ordinamento Ue.
I motivi a base dell’esposto. Il Cnf rileva che il messaggio pubblicitario non è veritiero perché riporta l’offerta di un servizio inesistente o comunque del tutto difforme da quello realmente offerto. Tanto che, a una ricerca più approfondita sul sito internet, la società descrive i passaggi della procedura condizionati ad attività e istanze che l’interessato deve svolgere di persona e tutte soggette a valutazioni tecniche e di merito delle competenti amministrazioni, spagnole e italiane. “ In buona sostanza il risultato propagandato non costituisce un risultato conseguibile con certezza e in maniera automatica, in quanto il riconoscimento è il risultato di scelte discrezionali operate dai competenti organi nazionali” rileva il Cnf citando anche gli stessi provvedimenti dell’Antitrust. Quindi “il messaggio proposto viola l’articolo 21, comma 2, lettera b del dlgs 205/2005, perché idoneo a indurre in errore il consumatore circa l’esistenza e la natura del prodotto”. Viola inoltre la lettera c dello stesso articolo perché induce in errore rispetto “alla portata degli impegni del professionista”, visto che l’attività svolta dalla società non si stende, né potrebbe, fino a garantire o agevolare il processo di riconoscimento dei titoli. Non solo. Il Cnf denuncia anche l’omissione di informazioni fondamentali che il consumatore-utente dovrebbe conoscere (articolo 22, comma 1), laddove omette di chiarire che c’è una “concreta possibilità che l’Ordine forense rifiuti l’iscrizione dell’istante abogado rilevando l’abuso dello strumento comunitario”, e l’omissione di riferimento alle conseguenze giuridiche dell’attività proposta, non chiarendo i vincoli di legge e i rischi connessi al provvedimento di riconoscimento artificioso dei titoli (per esempio una cancellazione ex post in occasione della revisione annuale degli albi).
http://www.consiglionazionaleforense.it//on-line/Home/AreaStampa/Comunicatistampa/articolo6514.html
I giovani avvocati italiani: aspirazioni e disagi (CNF)
Una ricerca condotta dall’Osservatorio giovani istituito presso il Consiglio nazionale forense svela aspirazioni e disagi dei legali nati dopo il 1971 per capirne le aspettative e individuare strade per sviluppare la professione
Roma. Scelgono la professione perché hanno una predilezione per il diritto e certo non pensano di guadagnare laute cifre. Considerano fattori di successo la formazione e il training post-lauream ma sono delusi da una concorrenza che reputano spesso sleale. Vorrebbero più correttezza professionale e un ruolo più incisivo degli Ordini sul controllo deontologico. Vorrebbero anche il numero chiuso all’università. Privatamente sono forti con le tecnologie ma in studio l’informatica è negletta né utilizzano il web come vetrina professionale. Piuttosto, per crescere professionalmente puntano sull’associazionismo e sul marketing. Difendono le tariffe ma applicano ai clienti il sistema misto (tariffario più forfait). E alla fine si dichiarano delusi dalla professione.
Ecco lo spaccato dei giovani legali, rilevato dalla ricerca “Giovani avvocati, così altrove o altrimenti”, prima indagine dell’Osservatorio permanente giovani avvocati creato su iniziativa del Consiglio nazionale forense con la collaborazione di Aiga e LexExpo. I risultati della ricerca sono stati presentati oggi a Casamassima (Bari), presso l’Aula Magna Università Lum Jean Monnet, alle ore 10,00.
Al convegno sono intervenuti il presidente del Consiglio nazionale forense, Guido Alpa; il consigliere coordinatore del gruppo giovani Cnf e ispiratore della ricerca, Giovanni D’Innella, i curatori della ricerca. “Con questa indagine, il Consiglio ha voluto acquisire dati rilevanti ai fini della valutazione delle iniziative che, accanto a quelle già perseguite e a quelle in fase di allestimento, si dovrebbero proporre nel programma degli anni a venire”, ha anticipato Guido Alpa. “La prima preoccupazione del Consiglio è stata la qualificazione professionale della categoria; la seconda verificare le modalità con cui i giovani sono inseriti nell’attività professionale; la terza è quella di invitare i giovani a integrare la formazione post-universitaria e a scegliere uno o più settori di specializzazione”. “Occorre aiutare i giovani nelle scelte professionali, orientando le opzioni organizzative degli Ordini e delle associazioni, con eventi mirati di aggiornamento e specializzazione nei settori in cui vi è maggiore richiesta di servizi legali o esigenze di particolari specializzazioni”, ha dichiarato Giovanni D’Innella.
L’indagine. La rilevazione è consistita in un questionario inviato per mail a 25mila indirizzi di posta elettronica di giovani avvocati iscritti alla cassa forense, individuati nella fascia di età compresa tra i 25 e 38 anni. Obiettivo è stato quello di analizzare il percorso professionale dei praticanti e dei giovani avvocati e delle motivazioni che ne hanno accompagnato le scelte. La rilevazione è stata attivata il 30 aprile 20009 e si è conclusa il 28 febbraio 2010. Sono stati 2660 i questionari ritenuti validi al fine della elaborazione.
Dati generali. Tra i 42.386 giovani avvocato iscritti alla cassa forense, le donne sono le più numerose (23.729 rispetto a 18.657 uomini). La maggioranza di essi è iscritta al Nord (19.511), poi al Sud (13.131), infine al Centro (9.754). Sicilia e Lombardia sono le regioni con il maggior numero di giovani avvocati iscritti all’albo.
I risultati dell’indagine. I giovani avvocati scelgono la professione perché amano il diritto (80%) e non certo per le aspettative di reddito (6%), molti perché proseguono una tradizione familiare. Non si aspettano di guadagnare, tanto che indicano come livello reddituale confacente al proprio impegno professionale la fascia più bassa tra quelle proposte, ossia da 30mila a 50mila all’anno. Considerano punti critici di successo la buona preparazione universitaria e post universitaria (36,4%) e la buona preparazione durante la pratica (14,5%), solo in ultima istanza la qualità dello studio in cui si lavora (4,1%). Vale tanto il master dopo la laurea e riscuotono successo anche i corsi organizzati dalle scuole forensi. Di converso, i punti critici di debolezza che accompagnano la scelta della professione sono la difficoltà ad accedere a un reddito in tempi ragionevoli (73,5%), soprattutto per le donne e per coloro che fanno parte di studi di dimensioni medio-piccole, l’incapacità di attrarre clientela (6%), e il risiedere in una zona depressa (5,4%). Sotto il profilo del reddito, appaiono più penalizzati i giovani avvocati che hanno aperto uno studio con altri colleghi limitandosi dividerne le spese; mentre sembrano premiati coloro che scelgono l’associazionismo.
Che immagini hanno dell’avvocato? Molti ne conservano “un’ immagine nobile” di difensore dei diritti; ma tanti disconoscono il ruolo sociale della professione parificandola a una mera prestazione di servizi. In mezzo c’è chi ritiene che l’avvocato sia un consulente specializzato utile a determinare la realtà giuridica del paese. Tra le opportunità di crescita, i giovani avvocati annoverano l’associazione con altri colleghi (43,1%) e il marketing (33%), insomma uno svolgere la professione “altrimenti”. La cifra dell’”altrove” è preferita nelle regioni meridionali, dove si vorrebbe cambiare studio, cambiare città o regione, andare all’estero. I giovani avvocati amano la deontologia. Il 43% considera il codice deontologico “utile” e il 20% abbastanza utile. Però i più sono convinti che non sia concretamente applicato (37%). Hanno una conoscenza media del codice (47,4) e ritengono che esso sia particolarmente utile per regolamentare i rapporti con i colleghi (34%) e con i clienti (24%). Seguono a grande distanza la disciplina del segreto professionale (3,8%), l’indipendenza della professione( 3,6%), del conflitto di interessi ( 3,6%), del ruolo sociale dell’avvocato (2%) e infine del ruolo degli ordini (0,5%). Il 54% degli avvocati ritiene che il cliente sia tutelato dalla tariffa. I giovani avvocati chiedono un maggior rigore deontologico per evitare la concorrenza sleale, chiamando in causa gli Ordini che in molti vorrebbero riformare per un recupero della loro terzietà. Alla fine, il 56,35% si dichiara insoddisfatto della professione. Vorrebbero il numero chiuso all’università e la modifica dell’esame di stato in modo da favorire una selezione più rigorosa.
Come si atteggia la professione, come si contattano i clienti, si applica o no il tariffario? La maggior parte degli intervistati (33%) entra in contatto con i clienti tramite il passaparola, il 29% per conoscenza personale. Tuttavia il numero degli incarichi ottenuti dalla maggioranza (36%) è inferiore alle aspettative. Il 40% degli intervistati dichiara di applicare una tariffa mista tra quella tabellare e quella forfetaria, “dimostrando che è consuetudine tra i giovani derogare alle tariffe per acquisire clientela”. Considerano avvocato affermato colui che ha un reddito imponibile medio dai 100mila ei 300mila euro (40%) e ritengono di essere adeguatamente remunerati se guadagnano tra i 30mila e i 50 mila euro.
La formula Niente tecnologie siamo avvocati la dice lunga sul rapporto con pc e web. La professione forense è saldamente legata al cartaceo”. Solo il 29,7% dichiara di utilizzare un software gestionale; solo il 22% lavora in studi che hanno un sito web e usano la rete come strumento di comunicazione e promozione professionale. Insomma, emerge un’inspiegabile distinzione tra l’uso personale e quello professionale che i giovani avvocati fanno delle nuove tecnologie: assiduo ed evoluto il primo; pressoché nullo e limitato alla scrittura degli atti il secondo.
Quello di cui hanno bisogno le imprese. La ricerca prova a indagare anche il lato della domanda di servizi legali come base per comprendere come e verso quali ambiti di attività indirizzare i giovani: sono state 703 le aziende contattate, tutto con studi legali interni per una maggiore facilità. Il 94% fa ricorso all’assistenza di uno studio legale esterno, di fiducia o specializzato. Lo fa per la gestione del contenzioso e degli arbitrati; la modalità di tariffazione applicata è quella mista (tariffaria, oraria, forfettaria). I settori del diritto più richiesti sono il contenzioso societario o commerciale, il diritto del lavoro, il diritto industriale.
Fonte: consiglionazionaleforense.it
Roma. Scelgono la professione perché hanno una predilezione per il diritto e certo non pensano di guadagnare laute cifre. Considerano fattori di successo la formazione e il training post-lauream ma sono delusi da una concorrenza che reputano spesso sleale. Vorrebbero più correttezza professionale e un ruolo più incisivo degli Ordini sul controllo deontologico. Vorrebbero anche il numero chiuso all’università. Privatamente sono forti con le tecnologie ma in studio l’informatica è negletta né utilizzano il web come vetrina professionale. Piuttosto, per crescere professionalmente puntano sull’associazionismo e sul marketing. Difendono le tariffe ma applicano ai clienti il sistema misto (tariffario più forfait). E alla fine si dichiarano delusi dalla professione.
Ecco lo spaccato dei giovani legali, rilevato dalla ricerca “Giovani avvocati, così altrove o altrimenti”, prima indagine dell’Osservatorio permanente giovani avvocati creato su iniziativa del Consiglio nazionale forense con la collaborazione di Aiga e LexExpo. I risultati della ricerca sono stati presentati oggi a Casamassima (Bari), presso l’Aula Magna Università Lum Jean Monnet, alle ore 10,00.
Al convegno sono intervenuti il presidente del Consiglio nazionale forense, Guido Alpa; il consigliere coordinatore del gruppo giovani Cnf e ispiratore della ricerca, Giovanni D’Innella, i curatori della ricerca. “Con questa indagine, il Consiglio ha voluto acquisire dati rilevanti ai fini della valutazione delle iniziative che, accanto a quelle già perseguite e a quelle in fase di allestimento, si dovrebbero proporre nel programma degli anni a venire”, ha anticipato Guido Alpa. “La prima preoccupazione del Consiglio è stata la qualificazione professionale della categoria; la seconda verificare le modalità con cui i giovani sono inseriti nell’attività professionale; la terza è quella di invitare i giovani a integrare la formazione post-universitaria e a scegliere uno o più settori di specializzazione”. “Occorre aiutare i giovani nelle scelte professionali, orientando le opzioni organizzative degli Ordini e delle associazioni, con eventi mirati di aggiornamento e specializzazione nei settori in cui vi è maggiore richiesta di servizi legali o esigenze di particolari specializzazioni”, ha dichiarato Giovanni D’Innella.
L’indagine. La rilevazione è consistita in un questionario inviato per mail a 25mila indirizzi di posta elettronica di giovani avvocati iscritti alla cassa forense, individuati nella fascia di età compresa tra i 25 e 38 anni. Obiettivo è stato quello di analizzare il percorso professionale dei praticanti e dei giovani avvocati e delle motivazioni che ne hanno accompagnato le scelte. La rilevazione è stata attivata il 30 aprile 20009 e si è conclusa il 28 febbraio 2010. Sono stati 2660 i questionari ritenuti validi al fine della elaborazione.
Dati generali. Tra i 42.386 giovani avvocato iscritti alla cassa forense, le donne sono le più numerose (23.729 rispetto a 18.657 uomini). La maggioranza di essi è iscritta al Nord (19.511), poi al Sud (13.131), infine al Centro (9.754). Sicilia e Lombardia sono le regioni con il maggior numero di giovani avvocati iscritti all’albo.
I risultati dell’indagine. I giovani avvocati scelgono la professione perché amano il diritto (80%) e non certo per le aspettative di reddito (6%), molti perché proseguono una tradizione familiare. Non si aspettano di guadagnare, tanto che indicano come livello reddituale confacente al proprio impegno professionale la fascia più bassa tra quelle proposte, ossia da 30mila a 50mila all’anno. Considerano punti critici di successo la buona preparazione universitaria e post universitaria (36,4%) e la buona preparazione durante la pratica (14,5%), solo in ultima istanza la qualità dello studio in cui si lavora (4,1%). Vale tanto il master dopo la laurea e riscuotono successo anche i corsi organizzati dalle scuole forensi. Di converso, i punti critici di debolezza che accompagnano la scelta della professione sono la difficoltà ad accedere a un reddito in tempi ragionevoli (73,5%), soprattutto per le donne e per coloro che fanno parte di studi di dimensioni medio-piccole, l’incapacità di attrarre clientela (6%), e il risiedere in una zona depressa (5,4%). Sotto il profilo del reddito, appaiono più penalizzati i giovani avvocati che hanno aperto uno studio con altri colleghi limitandosi dividerne le spese; mentre sembrano premiati coloro che scelgono l’associazionismo.
Che immagini hanno dell’avvocato? Molti ne conservano “un’ immagine nobile” di difensore dei diritti; ma tanti disconoscono il ruolo sociale della professione parificandola a una mera prestazione di servizi. In mezzo c’è chi ritiene che l’avvocato sia un consulente specializzato utile a determinare la realtà giuridica del paese. Tra le opportunità di crescita, i giovani avvocati annoverano l’associazione con altri colleghi (43,1%) e il marketing (33%), insomma uno svolgere la professione “altrimenti”. La cifra dell’”altrove” è preferita nelle regioni meridionali, dove si vorrebbe cambiare studio, cambiare città o regione, andare all’estero. I giovani avvocati amano la deontologia. Il 43% considera il codice deontologico “utile” e il 20% abbastanza utile. Però i più sono convinti che non sia concretamente applicato (37%). Hanno una conoscenza media del codice (47,4) e ritengono che esso sia particolarmente utile per regolamentare i rapporti con i colleghi (34%) e con i clienti (24%). Seguono a grande distanza la disciplina del segreto professionale (3,8%), l’indipendenza della professione( 3,6%), del conflitto di interessi ( 3,6%), del ruolo sociale dell’avvocato (2%) e infine del ruolo degli ordini (0,5%). Il 54% degli avvocati ritiene che il cliente sia tutelato dalla tariffa. I giovani avvocati chiedono un maggior rigore deontologico per evitare la concorrenza sleale, chiamando in causa gli Ordini che in molti vorrebbero riformare per un recupero della loro terzietà. Alla fine, il 56,35% si dichiara insoddisfatto della professione. Vorrebbero il numero chiuso all’università e la modifica dell’esame di stato in modo da favorire una selezione più rigorosa.
Come si atteggia la professione, come si contattano i clienti, si applica o no il tariffario? La maggior parte degli intervistati (33%) entra in contatto con i clienti tramite il passaparola, il 29% per conoscenza personale. Tuttavia il numero degli incarichi ottenuti dalla maggioranza (36%) è inferiore alle aspettative. Il 40% degli intervistati dichiara di applicare una tariffa mista tra quella tabellare e quella forfetaria, “dimostrando che è consuetudine tra i giovani derogare alle tariffe per acquisire clientela”. Considerano avvocato affermato colui che ha un reddito imponibile medio dai 100mila ei 300mila euro (40%) e ritengono di essere adeguatamente remunerati se guadagnano tra i 30mila e i 50 mila euro.
La formula Niente tecnologie siamo avvocati la dice lunga sul rapporto con pc e web. La professione forense è saldamente legata al cartaceo”. Solo il 29,7% dichiara di utilizzare un software gestionale; solo il 22% lavora in studi che hanno un sito web e usano la rete come strumento di comunicazione e promozione professionale. Insomma, emerge un’inspiegabile distinzione tra l’uso personale e quello professionale che i giovani avvocati fanno delle nuove tecnologie: assiduo ed evoluto il primo; pressoché nullo e limitato alla scrittura degli atti il secondo.
Quello di cui hanno bisogno le imprese. La ricerca prova a indagare anche il lato della domanda di servizi legali come base per comprendere come e verso quali ambiti di attività indirizzare i giovani: sono state 703 le aziende contattate, tutto con studi legali interni per una maggiore facilità. Il 94% fa ricorso all’assistenza di uno studio legale esterno, di fiducia o specializzato. Lo fa per la gestione del contenzioso e degli arbitrati; la modalità di tariffazione applicata è quella mista (tariffaria, oraria, forfettaria). I settori del diritto più richiesti sono il contenzioso societario o commerciale, il diritto del lavoro, il diritto industriale.
Fonte: consiglionazionaleforense.it
Cnf: attesa conferma conclusioni su tariffe massime forensi
Il Consiglio nazionale forense, con riferimento alla questione dell'ammissibilita' delle tariffe massime forensi, sottolina che "le stesse sono sempre state considerate a favore del cliente contro eventuali pretese esorbitanti dei professionisti, ferma restando la loro piena negoziabilita'". Per questo il CNF "accoglie con soddisfazione le conclusioni dell'Avvocato generale della Corte di Giustizia delle Comunita' europee nella causa 565/08, intentata dalla Commissione europea contro l'Italia per la vigenza di tariffe massime forensi". Si tratta di conclusioni, spiega il CNF che "confermano quanto dall'avvocatura sempre sostenuto, ritenendo il sistema tariffario pienamente compatibile con le regole comunitarie della concorrenza". Tutto questo conferma "l'attenzione dell'Unione europea nei confronti del ruolo dell'avvocatura nel processo e nella societa'. Circostanza da ultimo rafforzata dall'ingresso del Cnf nella Rete giudiziaria europea, sistema nato per promuovere la cooperazione in tema di processo civile e commerciale e l'utilizzo degli strumenti processuali comunitari da parte degli operatori nazionali. L'ingresso del Cnf costituira' una occasione per una loro maggiore diffusione presso il ceto forense''. Il Consiglio si augura ora che la Corte di Giustizia si pronunci confermando le conclusioni dell'Avvocato generale.
http://www.studiocataldi.it/news_giuridiche_asp/news_giuridica_8699.asp
http://www.studiocataldi.it/news_giuridiche_asp/news_giuridica_8699.asp
Giovani avvocati: per sfondare sul mercato servono formazione e marketing
Una ricerca condotta dall’Osservatorio giovani istituito presso il Consiglio nazionale forense svela aspirazioni e disagi dei legali nati dopo il 1971 per capirne le aspettative e individuare strade per sviluppare la professione
Roma. Scelgono la professione perché hanno una predilezione per il diritto e certo non pensano di guadagnare laute cifre. Considerano fattori di successo la formazione e il training post-lauream ma sono delusi da una concorrenza che reputano spesso sleale. Vorrebbero più correttezza professionale e un ruolo più incisivo degli Ordini sul controllo deontologico. Vorrebbero anche il numero chiuso all’università. Privatamente sono forti con le tecnologie ma in studio l’informatica è negletta né utilizzano il web come vetrina professionale. Piuttosto, per crescere professionalmente puntano sull’associazionismo e sul marketing. Difendono le tariffe ma applicano ai clienti il sistema misto (tariffario più forfait). E alla fine si dichiarano delusi dalla professione.
Ecco lo spaccato dei giovani legali, rilevato dalla ricerca “Giovani avvocati, così altrove o altrimenti”, prima indagine dell’Osservatorio permanente giovani avvocati creato su iniziativa del Consiglio nazionale forense con la collaborazione di Aiga e LexExpo. I risultati della ricerca sono stati presentati oggi a Casamassima (Bari), presso l’Aula Magna Università Lum Jean Monnet, alle ore 10,00.
Al convegno sono intervenuti il presidente del Consiglio nazionale forense, Guido Alpa; il consigliere coordinatore del gruppo giovani Cnf e ispiratore della ricerca, Giovanni D’Innella, i curatori della ricerca. “Con questa indagine, il Consiglio ha voluto acquisire dati rilevanti ai fini della valutazione delle iniziative che, accanto a quelle già perseguite e a quelle in fase di allestimento, si dovrebbero proporre nel programma degli anni a venire”, ha anticipato Guido Alpa. “La prima preoccupazione del Consiglio è stata la qualificazione professionale della categoria; la seconda verificare le modalità con cui i giovani sono inseriti nell’attività professionale; la terza è quella di invitare i giovani a integrare la formazione post-universitaria e a scegliere uno o più settori di specializzazione”. “Occorre aiutare i giovani nelle scelte professionali, orientando le opzioni organizzative degli Ordini e delle associazioni, con eventi mirati di aggiornamento e specializzazione nei settori in cui vi è maggiore richiesta di servizi legali o esigenze di particolari specializzazioni”, ha dichiarato Giovanni D’Innella.
L’indagine. La rilevazione è consistita in un questionario inviato per mail a 25mila indirizzi di posta elettronica di giovani avvocati iscritti alla cassa forense, individuati nella fascia di età compresa tra i 25 e 38 anni. Obiettivo è stato quello di analizzare il percorso professionale dei praticanti e dei giovani avvocati e delle motivazioni che ne hanno accompagnato le scelte. La rilevazione è stata attivata il 30 aprile 20009 e si è conclusa il 28 febbraio 2010. Sono stati 2660 i questionari ritenuti validi al fine della elaborazione.
Dati generali. Tra i 42.386 giovani avvocato iscritti alla cassa forense, le donne sono le più numerose (23.729 rispetto a 18.657 uomini). La maggioranza di essi è iscritta al Nord (19.511), poi al Sud (13.131), infine al Centro (9.754). Sicilia e Lombardia sono le regioni con il maggior numero di giovani avvocati iscritti all’albo.
I risultati dell’indagine. I giovani avvocati scelgono la professione perché amano il diritto (80%) e non certo per le aspettative di reddito (6%), molti perché proseguono una tradizione familiare. Non si aspettano di guadagnare, tanto che indicano come livello reddituale confacente al proprio impegno professionale la fascia più bassa tra quelle proposte, ossia da 30mila a 50mila all’anno. Considerano punti critici di successo la buona preparazione universitaria e post universitaria (36,4%) e la buona preparazione durante la pratica (14,5%), solo in ultima istanza la qualità dello studio in cui si lavora (4,1%). Vale tanto il master dopo la laurea e riscuotono successo anche i corsi organizzati dalle scuole forensi. Di converso, i punti critici di debolezza che accompagnano la scelta della professione sono la difficoltà ad accedere a un reddito in tempi ragionevoli (73,5%), soprattutto per le donne e per coloro che fanno parte di studi di dimensioni medio-piccole, l’incapacità di attrarre clientela (6%), e il risiedere in una zona depressa (5,4%). Sotto il profilo del reddito, appaiono più penalizzati i giovani avvocati che hanno aperto uno studio con altri colleghi limitandosi dividerne le spese; mentre sembrano premiati coloro che scelgono l’associazionismo.
Che immagini hanno dell’avvocato? Molti ne conservano “un’ immagine nobile” di difensore dei diritti; ma tanti disconoscono il ruolo sociale della professione parificandola a una mera prestazione di servizi. In mezzo c’è chi ritiene che l’avvocato sia un consulente specializzato utile a determinare la realtà giuridica del paese. Tra le opportunità di crescita, i giovani avvocati annoverano l’associazione con altri colleghi (43,1%) e il marketing (33%), insomma uno svolgere la professione “altrimenti”. La cifra dell’”altrove” è preferita nelle regioni meridionali, dove si vorrebbe cambiare studio, cambiare città o regione, andare all’estero. I giovani avvocati amano la deontologia. Il 43% considera il codice deontologico “utile” e il 20% abbastanza utile. Però i più sono convinti che non sia concretamente applicato (37%). Hanno una conoscenza media del codice (47,4) e ritengono che esso sia particolarmente utile per regolamentare i rapporti con i colleghi (34%) e con i clienti (24%). Seguono a grande distanza la disciplina del segreto professionale (3,8%), l’indipendenza della professione( 3,6%), del conflitto di interessi ( 3,6%), del ruolo sociale dell’avvocato (2%) e infine del ruolo degli ordini (0,5%). Il 54% degli avvocati ritiene che il cliente sia tutelato dalla tariffa. I giovani avvocati chiedono un maggior rigore deontologico per evitare la concorrenza sleale, chiamando in causa gli Ordini che in molti vorrebbero riformare per un recupero della loro terzietà. Alla fine, il 56,35% si dichiara insoddisfatto della professione. Vorrebbero il numero chiuso all’università e la modifica dell’esame di stato in modo da favorire una selezione più rigorosa.
Come si atteggia la professione, come si contattano i clienti, si applica o no il tariffario? La maggior parte degli intervistati (33%) entra in contatto con i clienti tramite il passaparola, il 29% per conoscenza personale. Tuttavia il numero degli incarichi ottenuti dalla maggioranza (36%) è inferiore alle aspettative. Il 40% degli intervistati dichiara di applicare una tariffa mista tra quella tabellare e quella forfetaria, “dimostrando che è consuetudine tra i giovani derogare alle tariffe per acquisire clientela”. Considerano avvocato affermato colui che ha un reddito imponibile medio dai 100mila ei 300mila euro (40%) e ritengono di essere adeguatamente remunerati se guadagnano tra i 30mila e i 50 mila euro.
La formula Niente tecnologie siamo avvocati la dice lunga sul rapporto con pc e web. La professione forense è saldamente legata al cartaceo”. Solo il 29,7% dichiara di utilizzare un software gestionale; solo il 22% lavora in studi che hanno un sito web e usano la rete come strumento di comunicazione e promozione professionale. Insomma, emerge un’inspiegabile distinzione tra l’uso personale e quello professionale che i giovani avvocati fanno delle nuove tecnologie: assiduo ed evoluto il primo; pressoché nullo e limitato alla scrittura degli atti il secondo.
Quello di cui hanno bisogno le imprese. La ricerca prova a indagare anche il lato della domanda di servizi legali come base per comprendere come e verso quali ambiti di attività indirizzare i giovani: sono state 703 le aziende contattate, tutto con studi legali interni per una maggiore facilità. Il 94% fa ricorso all’assistenza di uno studio legale esterno, di fiducia o specializzato. Lo fa per la gestione del contenzioso e degli arbitrati; la modalità di tariffazione applicata è quella mista (tariffaria, oraria, forfettaria). I settori del diritto più richiesti sono il contenzioso societario o commerciale, il diritto del lavoro, il diritto industriale.
http://www.consiglionazionaleforense.it//on-line/Home/AreaStampa/Comunicatistampa/articolo6505.html
Roma. Scelgono la professione perché hanno una predilezione per il diritto e certo non pensano di guadagnare laute cifre. Considerano fattori di successo la formazione e il training post-lauream ma sono delusi da una concorrenza che reputano spesso sleale. Vorrebbero più correttezza professionale e un ruolo più incisivo degli Ordini sul controllo deontologico. Vorrebbero anche il numero chiuso all’università. Privatamente sono forti con le tecnologie ma in studio l’informatica è negletta né utilizzano il web come vetrina professionale. Piuttosto, per crescere professionalmente puntano sull’associazionismo e sul marketing. Difendono le tariffe ma applicano ai clienti il sistema misto (tariffario più forfait). E alla fine si dichiarano delusi dalla professione.
Ecco lo spaccato dei giovani legali, rilevato dalla ricerca “Giovani avvocati, così altrove o altrimenti”, prima indagine dell’Osservatorio permanente giovani avvocati creato su iniziativa del Consiglio nazionale forense con la collaborazione di Aiga e LexExpo. I risultati della ricerca sono stati presentati oggi a Casamassima (Bari), presso l’Aula Magna Università Lum Jean Monnet, alle ore 10,00.
Al convegno sono intervenuti il presidente del Consiglio nazionale forense, Guido Alpa; il consigliere coordinatore del gruppo giovani Cnf e ispiratore della ricerca, Giovanni D’Innella, i curatori della ricerca. “Con questa indagine, il Consiglio ha voluto acquisire dati rilevanti ai fini della valutazione delle iniziative che, accanto a quelle già perseguite e a quelle in fase di allestimento, si dovrebbero proporre nel programma degli anni a venire”, ha anticipato Guido Alpa. “La prima preoccupazione del Consiglio è stata la qualificazione professionale della categoria; la seconda verificare le modalità con cui i giovani sono inseriti nell’attività professionale; la terza è quella di invitare i giovani a integrare la formazione post-universitaria e a scegliere uno o più settori di specializzazione”. “Occorre aiutare i giovani nelle scelte professionali, orientando le opzioni organizzative degli Ordini e delle associazioni, con eventi mirati di aggiornamento e specializzazione nei settori in cui vi è maggiore richiesta di servizi legali o esigenze di particolari specializzazioni”, ha dichiarato Giovanni D’Innella.
L’indagine. La rilevazione è consistita in un questionario inviato per mail a 25mila indirizzi di posta elettronica di giovani avvocati iscritti alla cassa forense, individuati nella fascia di età compresa tra i 25 e 38 anni. Obiettivo è stato quello di analizzare il percorso professionale dei praticanti e dei giovani avvocati e delle motivazioni che ne hanno accompagnato le scelte. La rilevazione è stata attivata il 30 aprile 20009 e si è conclusa il 28 febbraio 2010. Sono stati 2660 i questionari ritenuti validi al fine della elaborazione.
Dati generali. Tra i 42.386 giovani avvocato iscritti alla cassa forense, le donne sono le più numerose (23.729 rispetto a 18.657 uomini). La maggioranza di essi è iscritta al Nord (19.511), poi al Sud (13.131), infine al Centro (9.754). Sicilia e Lombardia sono le regioni con il maggior numero di giovani avvocati iscritti all’albo.
I risultati dell’indagine. I giovani avvocati scelgono la professione perché amano il diritto (80%) e non certo per le aspettative di reddito (6%), molti perché proseguono una tradizione familiare. Non si aspettano di guadagnare, tanto che indicano come livello reddituale confacente al proprio impegno professionale la fascia più bassa tra quelle proposte, ossia da 30mila a 50mila all’anno. Considerano punti critici di successo la buona preparazione universitaria e post universitaria (36,4%) e la buona preparazione durante la pratica (14,5%), solo in ultima istanza la qualità dello studio in cui si lavora (4,1%). Vale tanto il master dopo la laurea e riscuotono successo anche i corsi organizzati dalle scuole forensi. Di converso, i punti critici di debolezza che accompagnano la scelta della professione sono la difficoltà ad accedere a un reddito in tempi ragionevoli (73,5%), soprattutto per le donne e per coloro che fanno parte di studi di dimensioni medio-piccole, l’incapacità di attrarre clientela (6%), e il risiedere in una zona depressa (5,4%). Sotto il profilo del reddito, appaiono più penalizzati i giovani avvocati che hanno aperto uno studio con altri colleghi limitandosi dividerne le spese; mentre sembrano premiati coloro che scelgono l’associazionismo.
Che immagini hanno dell’avvocato? Molti ne conservano “un’ immagine nobile” di difensore dei diritti; ma tanti disconoscono il ruolo sociale della professione parificandola a una mera prestazione di servizi. In mezzo c’è chi ritiene che l’avvocato sia un consulente specializzato utile a determinare la realtà giuridica del paese. Tra le opportunità di crescita, i giovani avvocati annoverano l’associazione con altri colleghi (43,1%) e il marketing (33%), insomma uno svolgere la professione “altrimenti”. La cifra dell’”altrove” è preferita nelle regioni meridionali, dove si vorrebbe cambiare studio, cambiare città o regione, andare all’estero. I giovani avvocati amano la deontologia. Il 43% considera il codice deontologico “utile” e il 20% abbastanza utile. Però i più sono convinti che non sia concretamente applicato (37%). Hanno una conoscenza media del codice (47,4) e ritengono che esso sia particolarmente utile per regolamentare i rapporti con i colleghi (34%) e con i clienti (24%). Seguono a grande distanza la disciplina del segreto professionale (3,8%), l’indipendenza della professione( 3,6%), del conflitto di interessi ( 3,6%), del ruolo sociale dell’avvocato (2%) e infine del ruolo degli ordini (0,5%). Il 54% degli avvocati ritiene che il cliente sia tutelato dalla tariffa. I giovani avvocati chiedono un maggior rigore deontologico per evitare la concorrenza sleale, chiamando in causa gli Ordini che in molti vorrebbero riformare per un recupero della loro terzietà. Alla fine, il 56,35% si dichiara insoddisfatto della professione. Vorrebbero il numero chiuso all’università e la modifica dell’esame di stato in modo da favorire una selezione più rigorosa.
Come si atteggia la professione, come si contattano i clienti, si applica o no il tariffario? La maggior parte degli intervistati (33%) entra in contatto con i clienti tramite il passaparola, il 29% per conoscenza personale. Tuttavia il numero degli incarichi ottenuti dalla maggioranza (36%) è inferiore alle aspettative. Il 40% degli intervistati dichiara di applicare una tariffa mista tra quella tabellare e quella forfetaria, “dimostrando che è consuetudine tra i giovani derogare alle tariffe per acquisire clientela”. Considerano avvocato affermato colui che ha un reddito imponibile medio dai 100mila ei 300mila euro (40%) e ritengono di essere adeguatamente remunerati se guadagnano tra i 30mila e i 50 mila euro.
La formula Niente tecnologie siamo avvocati la dice lunga sul rapporto con pc e web. La professione forense è saldamente legata al cartaceo”. Solo il 29,7% dichiara di utilizzare un software gestionale; solo il 22% lavora in studi che hanno un sito web e usano la rete come strumento di comunicazione e promozione professionale. Insomma, emerge un’inspiegabile distinzione tra l’uso personale e quello professionale che i giovani avvocati fanno delle nuove tecnologie: assiduo ed evoluto il primo; pressoché nullo e limitato alla scrittura degli atti il secondo.
Quello di cui hanno bisogno le imprese. La ricerca prova a indagare anche il lato della domanda di servizi legali come base per comprendere come e verso quali ambiti di attività indirizzare i giovani: sono state 703 le aziende contattate, tutto con studi legali interni per una maggiore facilità. Il 94% fa ricorso all’assistenza di uno studio legale esterno, di fiducia o specializzato. Lo fa per la gestione del contenzioso e degli arbitrati; la modalità di tariffazione applicata è quella mista (tariffaria, oraria, forfettaria). I settori del diritto più richiesti sono il contenzioso societario o commerciale, il diritto del lavoro, il diritto industriale.
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esame avvocato 2009 , corte d'appello di napoli , esame avvocato 2010
Separazioni e divorzi, Cnf: “iniziativa stravagante l’attribuzione ai notai” Con una nota, il presidente Guido Alpa precisa la posizione dell’avvocatura
Roma. Il Ministro Alfano ha annunciato che potrebbero essere attribuite nuove competenze ai notai riguardanti gli accordi di separazione e divorzio. “Se è vera la notizia – ha precisato il presidente del Consiglio nazionale forense Guido Alpa – si tratta di una iniziativa stravagante, atteso che questi accordi costituiscono oggetto dell’attività consueta, mai contestata, e correttamente svolta, dagli avvocati che si occupano di diritto di famiglia”. “Se il Ministro intende, con questa iniziativa, coinvolgere i notai nell’amministrazione della giustizia (un vecchio progetto sepolto nel tempo ed ora riesumato non si sa per quale ragione politica)”, ha proseguito Alpa, “ allora gli segnaliamo che il 30 giugno scorso il Parlamento francese, con il sostegno dell’ Autorità antitrust, ha approvato una legge che abilita gli avvocati ad autenticare le firme dei contratti ad effetti obbligatori e a certificarne la conformità alla legge”. Proprio nel momento in cui al Senato si dovrebbe concludere l’ iter per la riforma della disciplina forense – ormai da due anni in calendario - piovono progetti di provvedimenti che continuano a ridurre l’area di operatività degli avvocati, e ciò a danno della categoria professionale che nel “sistema giustizia” coopera con sacrificio per far funzionare il sistema, sobbarcandosi attività non dovute , accettando condizioni di lavoro umilianti, subendo il dissesto senza protestare. “Per tutta risposta, riceviamo critiche e recriminazioni. E’ inconcepibile – ha concluso Alpa- che il Ministero della Giustizia continui a modificare le regole senza prima verificarne il sostrato economico e sociale, la fondatezza giuridica, la praticabilità concreta. Siamo di fronte ad un nuovo modo di creare le regole erratico e pericoloso, perché affidato alla iniziativa e alla realizzazione di chi le leggi dovrebbe attuarle anziché scriverle”.
http://www.consiglionazionaleforense.it//on-line/Home/AreaStampa/Comunicatistampa/articolo6493.html
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Specializzazioni forensi: il Cnf approva il regolamento e spinge sul varo della riforma della professione
Il presidente Alpa alla riunione promossa dall’Oua: “Fare pressing sul parlamento per l’approvazione della riforma forense. L’avvocatura deve appropriarsi della mediazione”.
Roma. Via alle specializzazioni forensi. Pressing sull’approvazione della riforma forense. Quanto alla mediazione: nessuna iniziativa che possa ritorcersi contro l’avvocatura con l’argomentazione di una chiusura corporativa.
E’ stata una giornata intensa per il Cnf quella di ieri. Il plenum, riunito nel pomeriggio in seduta amministrativa, ha approvato la bozza del regolamento sulle specializzazioni forensi, che ora verrà inviato gli Ordini e alle Associazioni per le osservazioni ai fini della predisposizione del testo definitivo, atteso il ritardo con il quale il parlamento sta affrontando la riforma della professione, ferma al senato. Al proposito, il presidente del Cnf Guido Alpa, intervenuto in mattinata a Roma alla riunione dell’avvocatura promossa dall’Oua, ha richiamato gli avvocati a non abbassare la guardia e a sollecitare fermamente le camere ad approvare la riforma.
“Ci hanno riferito che oggi il presidente della commissione giustizia del Senato, Filippo Berselli, intervenuto ad un convegno in Abruzzo, ha auspicato l’approvazione entro luglio al senato. Ulteriori ritardi non sarebbero giustificabili: l’avvocatura ormai attende da troppo tempo”.
Sull’altro fronte caldo, quello della mediazione Alpa ha ribadito la posizione del Cnf già riportata nella circolare 18-C-2010 di martedì scorso. In quel documento il Cnf ha rilevato tutti gli aspetti critici della normativa, che possono inficiare l’efficacia e il successo della riforma suggerendo di raccogliere firme per la presentazione di un progetto di legge di modifica. Tra questi, l’obbligatorietà, il rinvio dell’attuazione della legge, la sola sanzione disciplinare per omessa informativa al cliente. Non solo.
Il Cnf ha indicato agli Ordini, che potranno costituire gli organismi di conciliazione, in attesa della auspicata riforma, le opzioni che è possibile inserire nel regolamento di conciliazione per garantire un servizio efficace e qualificato al cittadino: la presenza della difesa tecnica, il mediatore-avvocato, la scelta dei tempi e delle materie in cui offrire la conciliazione.
“Ci sono diverse ragioni per cui l’avvocatura non deve dirsi contraria alla mediazione in sé ma se ne deve appropriare chiedendo e battendosi perché sia corretta, a favore dei cittadini. Perché la tutela dei loro diritti è una nostra missione”, ha spiegato ieri Alpa agli avvocati riuniti a Roma. “In Francia sostengono che gli avvocati italiani sono contro le Adr per questioni di corporazione. Dovremmo ritenerci offesi e piuttosto insistere perché la conciliazione sia fatta da conciliatori qualificati e non sono certo 50 ore di formazione a garantirne la preparazione. Il conciliatore dovrà necessariamente essere un giurista”. Sul tema delle iniziative da assumere Alpa ha avvisato: “credo che sia importante che in questa fase di crisi, in cui tutto il paese versa, le nostre iniziative non si prestino ad essere utilizzate contro noi stessi, per far dire a qualcuno che gli avvocati non vogliono la conciliazione perché perdono economicamente. La nostra battaglia è ben altra. E comunque l’avvocatura dovrà sempre spendere la carta della propria dignità” .
Regolamento sulla specializzazione. E sempre sul tema della qualificazione della professione insiste la bozza di regolamento sulle specializzazioni, approvata ieri in seduta amministrativa, nel solco tracciato dalla riforma della professione, in situazione di stallo.
Ecco i punti qualificanti della disciplina: il diploma di specializzazione potrà essere conseguito dall’ l’avvocato iscritto da almeno quattro anni all’albo, che abbia frequentato scuole o corsi di alta formazione per almeno due anni (200 ore di formazione) e che abbia sostenuto un esame (scritto e orale) presso il Cnf, unico ente titolato a rilasciare il diploma di specialista. Le scuole e i corsi di alta formazione potranno essere organizzati dalle associazioni forensi o altri soggetti ma dovranno essere riconosciuti dal Cnf, che vigilerà sulla qualità del programma, ed iscritti in un apposito registro. In sede di prima applicazione sono inserite di diritto nel registro le associazioni specialistiche riconosciute come maggiormente rappresentative in seno al Congresso nazionale forense. L’esame consisterà in una prova scritta, e due prove orali, di cui una per dimostrare il possesso di una esperienza pregressa nella materia, superiore alla media. Undici sono le macro aree del diritto in cui ci si potrà specializzare: diritto civile, diritto commerciale, diritto industriale, di famiglia/persone/minori, lavoro, amministrativo, navigazione, penale, internazionale e comunitario. Si è scelta la strada delle macro-aree (così come in Germania) come opportuno contemperamento tra il “vantaggio competitivo” offerto dalla specializzazione e “la limitazione” che comunque potrebbe derivarne. Ogni avvocato specialista dovrà curare il proprio aggiornamento professionale, conseguendo nel triennio almeno 60 crediti formativi specialistici. L’abuso del titolo costituisce illecito disciplinare.
fonte cnf
Roma. Via alle specializzazioni forensi. Pressing sull’approvazione della riforma forense. Quanto alla mediazione: nessuna iniziativa che possa ritorcersi contro l’avvocatura con l’argomentazione di una chiusura corporativa.
E’ stata una giornata intensa per il Cnf quella di ieri. Il plenum, riunito nel pomeriggio in seduta amministrativa, ha approvato la bozza del regolamento sulle specializzazioni forensi, che ora verrà inviato gli Ordini e alle Associazioni per le osservazioni ai fini della predisposizione del testo definitivo, atteso il ritardo con il quale il parlamento sta affrontando la riforma della professione, ferma al senato. Al proposito, il presidente del Cnf Guido Alpa, intervenuto in mattinata a Roma alla riunione dell’avvocatura promossa dall’Oua, ha richiamato gli avvocati a non abbassare la guardia e a sollecitare fermamente le camere ad approvare la riforma.
“Ci hanno riferito che oggi il presidente della commissione giustizia del Senato, Filippo Berselli, intervenuto ad un convegno in Abruzzo, ha auspicato l’approvazione entro luglio al senato. Ulteriori ritardi non sarebbero giustificabili: l’avvocatura ormai attende da troppo tempo”.
Sull’altro fronte caldo, quello della mediazione Alpa ha ribadito la posizione del Cnf già riportata nella circolare 18-C-2010 di martedì scorso. In quel documento il Cnf ha rilevato tutti gli aspetti critici della normativa, che possono inficiare l’efficacia e il successo della riforma suggerendo di raccogliere firme per la presentazione di un progetto di legge di modifica. Tra questi, l’obbligatorietà, il rinvio dell’attuazione della legge, la sola sanzione disciplinare per omessa informativa al cliente. Non solo.
Il Cnf ha indicato agli Ordini, che potranno costituire gli organismi di conciliazione, in attesa della auspicata riforma, le opzioni che è possibile inserire nel regolamento di conciliazione per garantire un servizio efficace e qualificato al cittadino: la presenza della difesa tecnica, il mediatore-avvocato, la scelta dei tempi e delle materie in cui offrire la conciliazione.
“Ci sono diverse ragioni per cui l’avvocatura non deve dirsi contraria alla mediazione in sé ma se ne deve appropriare chiedendo e battendosi perché sia corretta, a favore dei cittadini. Perché la tutela dei loro diritti è una nostra missione”, ha spiegato ieri Alpa agli avvocati riuniti a Roma. “In Francia sostengono che gli avvocati italiani sono contro le Adr per questioni di corporazione. Dovremmo ritenerci offesi e piuttosto insistere perché la conciliazione sia fatta da conciliatori qualificati e non sono certo 50 ore di formazione a garantirne la preparazione. Il conciliatore dovrà necessariamente essere un giurista”. Sul tema delle iniziative da assumere Alpa ha avvisato: “credo che sia importante che in questa fase di crisi, in cui tutto il paese versa, le nostre iniziative non si prestino ad essere utilizzate contro noi stessi, per far dire a qualcuno che gli avvocati non vogliono la conciliazione perché perdono economicamente. La nostra battaglia è ben altra. E comunque l’avvocatura dovrà sempre spendere la carta della propria dignità” .
Regolamento sulla specializzazione. E sempre sul tema della qualificazione della professione insiste la bozza di regolamento sulle specializzazioni, approvata ieri in seduta amministrativa, nel solco tracciato dalla riforma della professione, in situazione di stallo.
Ecco i punti qualificanti della disciplina: il diploma di specializzazione potrà essere conseguito dall’ l’avvocato iscritto da almeno quattro anni all’albo, che abbia frequentato scuole o corsi di alta formazione per almeno due anni (200 ore di formazione) e che abbia sostenuto un esame (scritto e orale) presso il Cnf, unico ente titolato a rilasciare il diploma di specialista. Le scuole e i corsi di alta formazione potranno essere organizzati dalle associazioni forensi o altri soggetti ma dovranno essere riconosciuti dal Cnf, che vigilerà sulla qualità del programma, ed iscritti in un apposito registro. In sede di prima applicazione sono inserite di diritto nel registro le associazioni specialistiche riconosciute come maggiormente rappresentative in seno al Congresso nazionale forense. L’esame consisterà in una prova scritta, e due prove orali, di cui una per dimostrare il possesso di una esperienza pregressa nella materia, superiore alla media. Undici sono le macro aree del diritto in cui ci si potrà specializzare: diritto civile, diritto commerciale, diritto industriale, di famiglia/persone/minori, lavoro, amministrativo, navigazione, penale, internazionale e comunitario. Si è scelta la strada delle macro-aree (così come in Germania) come opportuno contemperamento tra il “vantaggio competitivo” offerto dalla specializzazione e “la limitazione” che comunque potrebbe derivarne. Ogni avvocato specialista dovrà curare il proprio aggiornamento professionale, conseguendo nel triennio almeno 60 crediti formativi specialistici. L’abuso del titolo costituisce illecito disciplinare.
fonte cnf
Circ. 17-C-2010: N. 4 borse di studio CNF per avvocati che fossero interessati a effettuare un periodo di ricerca di due mesi presso l'Institute of European Comparative Law dell'Università di Oxford
Illustri Presidenti e Cari Amici,
il Consiglio Nazionale Forense, nella seduta amministrativa del 14 maggio 2010, la cui verbalizzazione è stata approvata nella successiva seduta del 28 maggio, ha deliberato l’istituzione di n. 4 borse di studio per avvocati che per il periodo di due mesi, del corrente anno, fossero interessati a svolgere attività di ricerca presso la biblioteca e le strutture messe a disposizione dall’ "Institute of European and Comparative Law" dell’Università di Oxford.
Vi unisco, quindi, il relativo bando, con preghiera di curarne la massima diffusione tra gli iscritti e, nel segnalarVi che il termine ultimo di trasmissione delle domande di partecipazione dei candidati al CNF è stabilito al 31 agosto 2010 prossimo, Vi invio i più cordiali saluti.
Avv. Prof. Guido Alpa
il Consiglio Nazionale Forense, nella seduta amministrativa del 14 maggio 2010, la cui verbalizzazione è stata approvata nella successiva seduta del 28 maggio, ha deliberato l’istituzione di n. 4 borse di studio per avvocati che per il periodo di due mesi, del corrente anno, fossero interessati a svolgere attività di ricerca presso la biblioteca e le strutture messe a disposizione dall’ "Institute of European and Comparative Law" dell’Università di Oxford.
Vi unisco, quindi, il relativo bando, con preghiera di curarne la massima diffusione tra gli iscritti e, nel segnalarVi che il termine ultimo di trasmissione delle domande di partecipazione dei candidati al CNF è stabilito al 31 agosto 2010 prossimo, Vi invio i più cordiali saluti.
Avv. Prof. Guido Alpa
Alpa: istituita commissione per favorire pari opportunità delle donne nell'ambito delle professioni legali
Il Presidente del Consiglio nazionale forense Guido Apla durante un intervento al convegno 'Le donne nelle professioni legali di domani' organizzato dal Consiglio superiore della magistratura ha ricordato che "come tutti concordano, l'acquisizione delle pari opportunita' delle donne nell'ambito delle professioni legali e', innanzitutto, un fatto culturale". Proprio per questo spiega Alpa "il Cnf ha istituito in questa ultima consiliatura, una commissione ad hoc per studiare il problema e per assumere le iniziative piu' adeguate''. Alpa ritiene che la promozione culturale "costituisce solo l'avvio delle iniziative necessarie'' che potranno partire dai risultati di una recente ricerca (promossa dal Cnf e Aiga e affidata al Censis) che ha evidenziato un dato significativo: le studentesse di giurisprudenza e le laureate sono in numero superiore rispetto ai colleghi maschi. Una volta intrapresa la carriera di avvocato però, sono gli uomini a farsi strada con maggiore facilità.
http://www.studiocataldi.it/news_giuridiche_asp/news_giuridica_8584.asp
http://www.studiocataldi.it/news_giuridiche_asp/news_giuridica_8584.asp
Riforme e professione: niente processi agli avvocati
Il presidente del Consiglio nazionale forense Guido Alpa ha ribattuto oggi alla relazione di Emma Marcegaglia su tariffe e consulenza.
Roma. La lentezza dei processi non può essere ascritta agli avvocati mentre sono da rimandare al mittente gli attacchi all’avvocatura e ai principi fondanti la professione. Così oggi il presidente del Consiglio nazionale forense Guido Alpa è intervenuto in occasione del congresso delle Camere civili in cui si è svolto il “processo al processo”, una sorta di rapporto dialettico tra difesa e accusa concernente la riforma della giustizia, nel quale si sono esaminate le cause della situazione attuale.
Il presidente del CNF ha sottolineato come più osservatori – dalla Banca mondiale degli investimenti, all’ OCSE, al CEPEJ alla Banca d’ Italia – hanno individuato nella crisi della giustizia la ragione di incertezza degli investimenti, della tutela del credito, della fiducia stessa dei cittadini in una delle funzioni essenziali dello Stato, e ha però precisato che tra le cause della crisi non può essere annoverato il ruolo degli avvocati, come talvolta si legge nei rapporti in cui la lentezza dei processi o la loro moltiplicazione si ascrivano agli avvocati.
Alpa ha criticato la relazione confindustriale esposta da Emma Marcegaglia giovedì scorso in occasione dell’Assemblea annuale di Confindustria che, equiparando l’attività d’impresa a quella delle professioni, si è scagliata contro le tariffe minime e la riserva di consulenza. “Ai professionisti non si garantisce un trattamento di favore come alle imprese, la cassa integrazione, le sovvenzioni e i privilegi fiscali; le prestazioni da essi svolte non possono essere equiparate alla produzione di beni o servizi, perché si tratta di attività intellettuale resa al servizio dei diritti dei cittadini. Il processo alla giustizia non si può dunque convertire in un processo agli avvocati”, ha sottolineato Alpa.
http://www.consiglionazionaleforense.it//on-line/Home/AreaStampa/Comunicatistampa/articolo6435.html
Roma. La lentezza dei processi non può essere ascritta agli avvocati mentre sono da rimandare al mittente gli attacchi all’avvocatura e ai principi fondanti la professione. Così oggi il presidente del Consiglio nazionale forense Guido Alpa è intervenuto in occasione del congresso delle Camere civili in cui si è svolto il “processo al processo”, una sorta di rapporto dialettico tra difesa e accusa concernente la riforma della giustizia, nel quale si sono esaminate le cause della situazione attuale.
Il presidente del CNF ha sottolineato come più osservatori – dalla Banca mondiale degli investimenti, all’ OCSE, al CEPEJ alla Banca d’ Italia – hanno individuato nella crisi della giustizia la ragione di incertezza degli investimenti, della tutela del credito, della fiducia stessa dei cittadini in una delle funzioni essenziali dello Stato, e ha però precisato che tra le cause della crisi non può essere annoverato il ruolo degli avvocati, come talvolta si legge nei rapporti in cui la lentezza dei processi o la loro moltiplicazione si ascrivano agli avvocati.
Alpa ha criticato la relazione confindustriale esposta da Emma Marcegaglia giovedì scorso in occasione dell’Assemblea annuale di Confindustria che, equiparando l’attività d’impresa a quella delle professioni, si è scagliata contro le tariffe minime e la riserva di consulenza. “Ai professionisti non si garantisce un trattamento di favore come alle imprese, la cassa integrazione, le sovvenzioni e i privilegi fiscali; le prestazioni da essi svolte non possono essere equiparate alla produzione di beni o servizi, perché si tratta di attività intellettuale resa al servizio dei diritti dei cittadini. Il processo alla giustizia non si può dunque convertire in un processo agli avvocati”, ha sottolineato Alpa.
http://www.consiglionazionaleforense.it//on-line/Home/AreaStampa/Comunicatistampa/articolo6435.html
Professioni, Alpa (Cnf): “Sulla riforma dell’avvocatura avviata una campagna informativa di denigrazione”
Il presidente del Cnf Guido Alpa è intervenuto alla 9° Conferenza nazionale della Cassa nazionale di previdenza forense a Baveno. “Purtroppo l’avvocatura non può contare in una organizzazione di tipo confindustriale. E sta subendo attacchi ideologici da responsabili di istituzioni e dai vertici di rappresentanze imprenditoriali”.
Roma. “L’avvocatura fa paura perché il suo ruolo nel paese è rilevante e molto elevato. Forse proprio per questo che, nel momento in cui si appresta a raggiungere una riforma che punta a rafforzarne qualità e autonomia, sta subendo, insieme a tutto il comparto delle professioni, una campagna informativa di denigrazione che mira a dare una rappresentanzione disgustosa del modo in cui il professionista partecipa alla vita economica e istituzionale del paese”. E’ quanto ha consegnato alla riflessione dell’avvocatura, riunita in questi giorni a Baveno per la 9° Conferenza nazionale della Cassa di previdenza forense, il presidente del Cnf Guido Alpa, citando le ultime uscite di responsabili di istituzioni, di vertici di rappresentanze imprenditoriali, di commentatori che utilizzano “ideologicamente” parole come concorrenza e liberalizzazioni. “C’è da chiedersi quali interesse vuole difendere chi attacca”.
Eppure, ricorda Alpa, i professionisti rappresentano il 3,3% del comparto produttivo del paese partecipando per il 12,50% al Pil nazionale. “Senza poter contare su alcun incentivo, beneficio etc. Ed ha sempre dovuto autoalimentarsi. L’avvocatura è autosufficiente e l’unico privilegio, se così si può dire, che può vantare è che ha un sistema disciplinare riconosciuto come funzione giurisdizionale speciale”. Alpa, esprimendo “viva congratulazioni” al presidente della Cassa Marco Ubertini, ha salutato con favore l’approvazione della riforma previdenziale forense, “all’insegna della trasparenza, dell’efficienza e della solidarietà, che è uno dei valori principali che l’avvocatura esprime non solo verso chi va in pensione ma anche verso le generazioni future”.
Il varo di questa riforma è considerato di buon auspicio per l’altra riforma, quella dell’ordinamento forense, che entrata nel vivo sta subendo gravissimi attacchi. “Ad un certo punto, la parola liberalizzazione è stata applicata anche alle professioni e si è cominciato a parlare della necessità di eliminare i supposti ostacoli al loro libero svolgimento. Ricordo che l’Autorità Antitrust ha cominciato a parlare dell’esame di stato come un ostacolo da rimuovere, ma senza evidentemente riflettere sulla circostanza che esso ha un chiaro ancoraggio costituzionale nell’articolo 33. Secondo l’Antitrust, non avremmo diritto di autoregolarci e di esercitare il controllo deontologico interno”.
Eppure l’avvocatura svolge un servizio, partecipa al funzionamento della giurisdizione. La riforma della professione, ora in aula al senato, “non è corporativa. Punta a imporre sacrifici ai legali, come l’obbligo di assicurazioni obbligatoria, l’obbligo di formazione continua; punta a garantire una maggiore qualità della prestazione tramite regole di accesso più stringenti, tariffe minime vincolanti che svolgono anche una funzione di evitare sperequazioni tra clienti potenti e comuni cittadini, un controllo deontologico più stringente”.
La riunione di ieri con il ministro della giustizia Alfano lascia intravedere speranze visto che i principi nei quali la riforma delle professioni sarà inquadrata coincidono con quelli della riforma forense. “Il nostro compito istituzionale è anche quello di difendere il progetto perché si sta facendo delle parole modernità e concorrenza un uso ideologico”. Alpa ha chiuso il suo intervento con due inviti all’avvocatura: impegnarsi anche per difendere l’università e rimanere fedeli all’etica dell’avvocato, pur nella crisi economica e negli attacchi subiti, per superare le difficoltà del momento.
Roma. “L’avvocatura fa paura perché il suo ruolo nel paese è rilevante e molto elevato. Forse proprio per questo che, nel momento in cui si appresta a raggiungere una riforma che punta a rafforzarne qualità e autonomia, sta subendo, insieme a tutto il comparto delle professioni, una campagna informativa di denigrazione che mira a dare una rappresentanzione disgustosa del modo in cui il professionista partecipa alla vita economica e istituzionale del paese”. E’ quanto ha consegnato alla riflessione dell’avvocatura, riunita in questi giorni a Baveno per la 9° Conferenza nazionale della Cassa di previdenza forense, il presidente del Cnf Guido Alpa, citando le ultime uscite di responsabili di istituzioni, di vertici di rappresentanze imprenditoriali, di commentatori che utilizzano “ideologicamente” parole come concorrenza e liberalizzazioni. “C’è da chiedersi quali interesse vuole difendere chi attacca”.
Eppure, ricorda Alpa, i professionisti rappresentano il 3,3% del comparto produttivo del paese partecipando per il 12,50% al Pil nazionale. “Senza poter contare su alcun incentivo, beneficio etc. Ed ha sempre dovuto autoalimentarsi. L’avvocatura è autosufficiente e l’unico privilegio, se così si può dire, che può vantare è che ha un sistema disciplinare riconosciuto come funzione giurisdizionale speciale”. Alpa, esprimendo “viva congratulazioni” al presidente della Cassa Marco Ubertini, ha salutato con favore l’approvazione della riforma previdenziale forense, “all’insegna della trasparenza, dell’efficienza e della solidarietà, che è uno dei valori principali che l’avvocatura esprime non solo verso chi va in pensione ma anche verso le generazioni future”.
Il varo di questa riforma è considerato di buon auspicio per l’altra riforma, quella dell’ordinamento forense, che entrata nel vivo sta subendo gravissimi attacchi. “Ad un certo punto, la parola liberalizzazione è stata applicata anche alle professioni e si è cominciato a parlare della necessità di eliminare i supposti ostacoli al loro libero svolgimento. Ricordo che l’Autorità Antitrust ha cominciato a parlare dell’esame di stato come un ostacolo da rimuovere, ma senza evidentemente riflettere sulla circostanza che esso ha un chiaro ancoraggio costituzionale nell’articolo 33. Secondo l’Antitrust, non avremmo diritto di autoregolarci e di esercitare il controllo deontologico interno”.
Eppure l’avvocatura svolge un servizio, partecipa al funzionamento della giurisdizione. La riforma della professione, ora in aula al senato, “non è corporativa. Punta a imporre sacrifici ai legali, come l’obbligo di assicurazioni obbligatoria, l’obbligo di formazione continua; punta a garantire una maggiore qualità della prestazione tramite regole di accesso più stringenti, tariffe minime vincolanti che svolgono anche una funzione di evitare sperequazioni tra clienti potenti e comuni cittadini, un controllo deontologico più stringente”.
La riunione di ieri con il ministro della giustizia Alfano lascia intravedere speranze visto che i principi nei quali la riforma delle professioni sarà inquadrata coincidono con quelli della riforma forense. “Il nostro compito istituzionale è anche quello di difendere il progetto perché si sta facendo delle parole modernità e concorrenza un uso ideologico”. Alpa ha chiuso il suo intervento con due inviti all’avvocatura: impegnarsi anche per difendere l’università e rimanere fedeli all’etica dell’avvocato, pur nella crisi economica e negli attacchi subiti, per superare le difficoltà del momento.
Alpa (Cnf), da Alfano conferma priorità riforma forense
'Il ministro oggi ha ribadito il principio che la riforma forense ha caratteri di priorità e di urgenza perché è collegata con la riforma della giustizia. Alfano si recherà in Senato il 20 aprile per discutere il contenuto della riforma che ha condiviso, in quanto il testo che era stato predisposto era il frutto della collaborazione di tutte le componenti dell'avvocatura e corrispondeva ai valori e ai principi che avevamo concordato con il ministro. In più si è oggi ribadito che la riforma dell'avvocatura costituirà il primo segmento di questo più ampio progetto di cui il ministro ci ha parlato e al quale noi abbiamo aderito con grande solidarietà e impegno''. Lo ha detto il presidente del Consiglio nazionale forense, Guido Alpa, al termine dell'incontro tra il ministro della Giustizia, Angelino Alfano e gli Stati generali degli ordini professionali, per individuare il gruppo di lavoro per la formulazione di uno statuto delle libere professioni.
''Tra i punti della riforma in discussione c'è anche la reintroduzione delle tariffe minime perché qualificano maggiormente la prestazione del professionista e quindi tutelano gli interessi del cittadino e perché gli effetti che la loro soppressione hanno prodotto sono stati negativi - ha aggiunto Alpa - Il risultato è stato che i clienti degli avvocati con maggiore forza contrattuale hanno imposto dei compensi molto esigui e quindi con un'attività ripetitiva seriale non qualificata e ne hanno sofferto coloro che avevano minore potere contrattuale''.
fonte http://it.notizie.yahoo.com/7/20100415/tts-alpa-cnf-da-alfano-conferma-priorita-c8abaed.html
''Tra i punti della riforma in discussione c'è anche la reintroduzione delle tariffe minime perché qualificano maggiormente la prestazione del professionista e quindi tutelano gli interessi del cittadino e perché gli effetti che la loro soppressione hanno prodotto sono stati negativi - ha aggiunto Alpa - Il risultato è stato che i clienti degli avvocati con maggiore forza contrattuale hanno imposto dei compensi molto esigui e quindi con un'attività ripetitiva seriale non qualificata e ne hanno sofferto coloro che avevano minore potere contrattuale''.
fonte http://it.notizie.yahoo.com/7/20100415/tts-alpa-cnf-da-alfano-conferma-priorita-c8abaed.html
CNF. Diritti Umani: dalle avvocature europee l’impegno a inserirne lo studio nei programmi di formazione e a favorire la conoscenza della giurisprudenza delle Corte europee e costituzionali
La seconda Conferenza delle avvocature europee, che si è svolta ieri e oggi a Roma su iniziativa del Consiglio nazionale forense e della Scuola superiore dell’avvocatura, ha approvato una Dichiarazione comune
Le avvocature europee puntano a recuperare il gap della formazione del legale in tema di diritti umani. E al termine della loro II Conferenza, che si è riunita a Roma ieri e oggi su iniziativa del Consiglio nazionale forense e delle Scuola superiore dell’avvocatura, hanno approvato una Dichiarazione finale, messa a punto dal vicepresidente della Scuola superiore dell’avvocatura Alarico Mariani Marini, che raccomanda il CCbe (la rappresentanza forense in ambito comunitario) a impegnare le avvocature europee a “inserire in modo stabile nei programmi di formazione dell’avvocato, sia per l’accesso che permanente, lo studio dei diritti umani e fondamentali, predisponendo apposite linee- guida e corsi per formatori”, “a favorire la conoscenza della giurisprudenza delle Corte europee e costituzionali per consolidare le esperienze e le tecniche applicative anche nelle questioni interne”, oltre che ad intensificare gli scambi reciproci.
Oltre all’impegno in via diretta, le avvocature vogliono fare pressing sui proprio governi affinché “rafforzino e rendano effettiva la tutela dei diritti umani e fondamentali”, sostenendo la formazione di avvocati e magistrati e “ne introducano l’insegnamento obbligatorio nelle scuole di ogni ordine e grado”. D’altra parte, quanto sia complessa la sfida che i diritti umani pongano alla classe forense è emersa nella due giorni di confronto. Non solo per la complessità delle fonti (dalle Costituzionali nazionali, ai Trattati comunitari e ora anche dalla Carta di Nizza, dalla Convenzione europea sui diritti dell’uomo alle convenzioni pattizie), per le sovrapposizioni tre le Corti, nazionali e internazionali, che se ne occupano e per le difformità tra le loro giurisprudenze. Ma anche perché sono tanti gli ambiti nei quali i diritti inviolabili della persona, dati per riconosciuti sulle Carte, subiscono gravi violazioni: immigrazione, asilo, lavoro, salute, carceri, ambiente etc.
Oggi i paesi dell’Unione europea hanno però un nuovo stimolo: perché con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, la Carta europea dei diritti fondamentali ha assunto una valenza giuridica vincolante per gli Stati membri e per l’Unione.
Non solo. Dal 2007 la Ue si è dotata di una Agenzia per i diritti fondamentali, la cui rappresentante Ilze Brands Kehris ha illustrato ieri durante la tavola rotonda conclusiva della Conferenza, coordinata dal consigliere Cnf Aldo Bulgarelli, le competenze e i programmi.
La difficoltà per l’avvocato nell’acquisire un bagaglio di conoscenza all’altezza del ruolo di difensore dei diritti umani è stata messa in luce da Antonio Di Muro, rappresentante dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiato. “L’avvocato esperto dei diritti umani deve conoscere e padroneggiare il diritto internazionale, in tutte le sue regole, deve conoscere e padroneggiare il diritto dell’Unione europea, deve confrontarsi con gli ordinamenti nazionali diversi dal proprio. Deve usare creatività e coraggio. E deve avere un grande bagaglio di conoscenze ulteriori circa il contesto sociale/politico/religioso in cui ci si muove ”. E a dimostrazione, Di Muro ha esemplificato la complessità trattando delle questioni inerenti al diritto d’asilo e al principio di non refoulement posto dalla Convenzione di Ginevra.
D’altra parte è anche vero che ogni avvocato, nel suo quotidiano impegno, deve essere permeabile alla materia che non è una specifica branca del diritto ma è trasversale ad ogni settore del diritto.
Nel concreto di una questione emergenziale che riguarda l’Italia e l’Europa, come la immigrazione irregolare, è entrato l’arcivescovo Agostino Marchetto, segretario del Pontificio consiglio della pastorale per i migranti. “C’è una tendenza tra i paesi europei a de localizzare i controlli alle frontiere, incoraggiando i loro partner delle coste meridionali del mare nostro, Mare dei diritti, ad a effettuare controlli più rigidi sui migranti. Ci sono però serie questioni umanitarie connesse a tale tendenza: c’è da rilevare che le intercettazioni e i decentramenti operati dalle autorità europee in molti casi rende impossibile a migliaia di persone raggiungere la coste nord del Mediterraneo o persino di lasciare il proprio paese di origine. Laddove il diritto a emigrare è incluso nella Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948”.
Ha spostato l’analisi sui complicati rapporti tra Unione europea e Convenzione europea dei diritti umani e sulle differenze a volte sostanziali tra le due rispettive corti, Nicola Lettieri, co-agente del governo italiano presso la Corte europea dei diritti dell’Uomo. La sfida a questo punto, dopo che la Carta di Nizza è diventata vincolante, è l’adesione della Ue alla Convenzione. “Gli scenari dell’adesione sono molteplici e dipenderanno in gran parte dall’esito dei negoziati”, ha riferito Lettieri. “Tuttavia la Commissione europea sostiene che il controllo esterno della Cedu sull’Unione, in materia di rispetto dei diritti umani, costituisce un obiettivo politico ed altamente simbolico che l’Unione deve assolutamente perseguire”.
Quanto sia aperto il cantiere, in tutti i sensi, lo ha testimoniato Jhoanna Rinceanu (Max Planck Institute for foreign and International criminal law, che parlando delle prossime riforme che investiranno la Corte europea dei diritti dell’uomo nel prossimo giugno 2010 con l’entrata in vigore del protocollo 14, ha evidenziato come queste siano ancora insufficienti a disegnare un ruolo dell’avvocato quale protagonista e a restituire efficienza alla Corte di Strasburgo. “Dal punto di vista del ricorrente dovrebbe essere introdotto l’obbligo di difesa tecnica già nella fase introduttiva del processo e dovrebbe essere prevista la figura del difensore d’ufficio”, ha evidenziato.
fonte http://www.consiglionazionaleforense.it//on-line/Home/AreaStampa/Comunicatistampa/articolo6396.html
Le avvocature europee puntano a recuperare il gap della formazione del legale in tema di diritti umani. E al termine della loro II Conferenza, che si è riunita a Roma ieri e oggi su iniziativa del Consiglio nazionale forense e delle Scuola superiore dell’avvocatura, hanno approvato una Dichiarazione finale, messa a punto dal vicepresidente della Scuola superiore dell’avvocatura Alarico Mariani Marini, che raccomanda il CCbe (la rappresentanza forense in ambito comunitario) a impegnare le avvocature europee a “inserire in modo stabile nei programmi di formazione dell’avvocato, sia per l’accesso che permanente, lo studio dei diritti umani e fondamentali, predisponendo apposite linee- guida e corsi per formatori”, “a favorire la conoscenza della giurisprudenza delle Corte europee e costituzionali per consolidare le esperienze e le tecniche applicative anche nelle questioni interne”, oltre che ad intensificare gli scambi reciproci.
Oltre all’impegno in via diretta, le avvocature vogliono fare pressing sui proprio governi affinché “rafforzino e rendano effettiva la tutela dei diritti umani e fondamentali”, sostenendo la formazione di avvocati e magistrati e “ne introducano l’insegnamento obbligatorio nelle scuole di ogni ordine e grado”. D’altra parte, quanto sia complessa la sfida che i diritti umani pongano alla classe forense è emersa nella due giorni di confronto. Non solo per la complessità delle fonti (dalle Costituzionali nazionali, ai Trattati comunitari e ora anche dalla Carta di Nizza, dalla Convenzione europea sui diritti dell’uomo alle convenzioni pattizie), per le sovrapposizioni tre le Corti, nazionali e internazionali, che se ne occupano e per le difformità tra le loro giurisprudenze. Ma anche perché sono tanti gli ambiti nei quali i diritti inviolabili della persona, dati per riconosciuti sulle Carte, subiscono gravi violazioni: immigrazione, asilo, lavoro, salute, carceri, ambiente etc.
Oggi i paesi dell’Unione europea hanno però un nuovo stimolo: perché con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, la Carta europea dei diritti fondamentali ha assunto una valenza giuridica vincolante per gli Stati membri e per l’Unione.
Non solo. Dal 2007 la Ue si è dotata di una Agenzia per i diritti fondamentali, la cui rappresentante Ilze Brands Kehris ha illustrato ieri durante la tavola rotonda conclusiva della Conferenza, coordinata dal consigliere Cnf Aldo Bulgarelli, le competenze e i programmi.
La difficoltà per l’avvocato nell’acquisire un bagaglio di conoscenza all’altezza del ruolo di difensore dei diritti umani è stata messa in luce da Antonio Di Muro, rappresentante dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiato. “L’avvocato esperto dei diritti umani deve conoscere e padroneggiare il diritto internazionale, in tutte le sue regole, deve conoscere e padroneggiare il diritto dell’Unione europea, deve confrontarsi con gli ordinamenti nazionali diversi dal proprio. Deve usare creatività e coraggio. E deve avere un grande bagaglio di conoscenze ulteriori circa il contesto sociale/politico/religioso in cui ci si muove ”. E a dimostrazione, Di Muro ha esemplificato la complessità trattando delle questioni inerenti al diritto d’asilo e al principio di non refoulement posto dalla Convenzione di Ginevra.
D’altra parte è anche vero che ogni avvocato, nel suo quotidiano impegno, deve essere permeabile alla materia che non è una specifica branca del diritto ma è trasversale ad ogni settore del diritto.
Nel concreto di una questione emergenziale che riguarda l’Italia e l’Europa, come la immigrazione irregolare, è entrato l’arcivescovo Agostino Marchetto, segretario del Pontificio consiglio della pastorale per i migranti. “C’è una tendenza tra i paesi europei a de localizzare i controlli alle frontiere, incoraggiando i loro partner delle coste meridionali del mare nostro, Mare dei diritti, ad a effettuare controlli più rigidi sui migranti. Ci sono però serie questioni umanitarie connesse a tale tendenza: c’è da rilevare che le intercettazioni e i decentramenti operati dalle autorità europee in molti casi rende impossibile a migliaia di persone raggiungere la coste nord del Mediterraneo o persino di lasciare il proprio paese di origine. Laddove il diritto a emigrare è incluso nella Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948”.
Ha spostato l’analisi sui complicati rapporti tra Unione europea e Convenzione europea dei diritti umani e sulle differenze a volte sostanziali tra le due rispettive corti, Nicola Lettieri, co-agente del governo italiano presso la Corte europea dei diritti dell’Uomo. La sfida a questo punto, dopo che la Carta di Nizza è diventata vincolante, è l’adesione della Ue alla Convenzione. “Gli scenari dell’adesione sono molteplici e dipenderanno in gran parte dall’esito dei negoziati”, ha riferito Lettieri. “Tuttavia la Commissione europea sostiene che il controllo esterno della Cedu sull’Unione, in materia di rispetto dei diritti umani, costituisce un obiettivo politico ed altamente simbolico che l’Unione deve assolutamente perseguire”.
Quanto sia aperto il cantiere, in tutti i sensi, lo ha testimoniato Jhoanna Rinceanu (Max Planck Institute for foreign and International criminal law, che parlando delle prossime riforme che investiranno la Corte europea dei diritti dell’uomo nel prossimo giugno 2010 con l’entrata in vigore del protocollo 14, ha evidenziato come queste siano ancora insufficienti a disegnare un ruolo dell’avvocato quale protagonista e a restituire efficienza alla Corte di Strasburgo. “Dal punto di vista del ricorrente dovrebbe essere introdotto l’obbligo di difesa tecnica già nella fase introduttiva del processo e dovrebbe essere prevista la figura del difensore d’ufficio”, ha evidenziato.
fonte http://www.consiglionazionaleforense.it//on-line/Home/AreaStampa/Comunicatistampa/articolo6396.html
CNF - Tutela dei professionisti.
Il presidente Alpa ha firmato oggi il Protocollo d’intesa finalizzato alla istituzione di un Osservatorio per il monitoraggio degli episodi di intimidazione nei confronti dei liberi professionisti destinatari di incarichi conferiti dall’Autorità giudiziaria.
Il capo della polizia, Antonio Manganelli, il presidente del Consiglio nazionale forense, Guido Alpa e il presidente del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili, Claudio Siciliotti, hanno firmato oggi, alla presenza del ministro dell’Interno, Roberto Maroni, e del sottosegretario Alfredo Mantovano, un protocollo d’intesa finalizzato alla istituzione di un Osservatorio per il monitoraggio degli episodi di intimidazione nei confronti dei liberi professionisti destinatari di incarichi conferiti dall’Autorità giudiziaria. L’Osservatorio nasce anche a seguito dei recenti episodi di inaudita violenza che hanno provocato la morte dei dottori commercialisti Liberato Passarelli e Costanzo Florio e dell’avvocato Enzo Fragalà. L’Osservatorio, istituito presso il Dipartimento della pubblica sicurezza, avrà il compito di monitorare gli episodi intimidatori ai danni delle due categorie professionali, episodi collegabili ad incarichi professionali ricevuti dall’autorità giudiziaria (per esempio nomina a curatore fallimentare) e a segnalare alle competenti autorità di pubblica sicurezza le situazioni che presentano profili di criticità.
Il presidente Guido Alpa ha commentato: “Le professioni di avvocato e commercialista, come hanno dimostrato efferati episodi recenti, sono oltremodo esposte alla criminalità, soprattutto a causa della loro stretta osservanza ai principi di legalità. Questo Protocollo è una prima risposta istituzionale alla necessità di tutela. Esprimo a nome di tutto il Consiglio nazionale forense la solidarietà alle famiglie delle vittime. E’ importante che governo e parlamento prestino attenzione a queste professioni che hanno particolari connotati pubblicistici”.
fonte http://www.consiglionazionaleforense.it//on-line/Home/BancaDation-line/AttivitadellaPresidenza/articolo6393.html
Il capo della polizia, Antonio Manganelli, il presidente del Consiglio nazionale forense, Guido Alpa e il presidente del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili, Claudio Siciliotti, hanno firmato oggi, alla presenza del ministro dell’Interno, Roberto Maroni, e del sottosegretario Alfredo Mantovano, un protocollo d’intesa finalizzato alla istituzione di un Osservatorio per il monitoraggio degli episodi di intimidazione nei confronti dei liberi professionisti destinatari di incarichi conferiti dall’Autorità giudiziaria. L’Osservatorio nasce anche a seguito dei recenti episodi di inaudita violenza che hanno provocato la morte dei dottori commercialisti Liberato Passarelli e Costanzo Florio e dell’avvocato Enzo Fragalà. L’Osservatorio, istituito presso il Dipartimento della pubblica sicurezza, avrà il compito di monitorare gli episodi intimidatori ai danni delle due categorie professionali, episodi collegabili ad incarichi professionali ricevuti dall’autorità giudiziaria (per esempio nomina a curatore fallimentare) e a segnalare alle competenti autorità di pubblica sicurezza le situazioni che presentano profili di criticità.
Il presidente Guido Alpa ha commentato: “Le professioni di avvocato e commercialista, come hanno dimostrato efferati episodi recenti, sono oltremodo esposte alla criminalità, soprattutto a causa della loro stretta osservanza ai principi di legalità. Questo Protocollo è una prima risposta istituzionale alla necessità di tutela. Esprimo a nome di tutto il Consiglio nazionale forense la solidarietà alle famiglie delle vittime. E’ importante che governo e parlamento prestino attenzione a queste professioni che hanno particolari connotati pubblicistici”.
fonte http://www.consiglionazionaleforense.it//on-line/Home/BancaDation-line/AttivitadellaPresidenza/articolo6393.html
Consigli giudiziari: l’avvocatura chiede la modifica dell'ordinamento giudiziario
Partecipazione ampia dei legali, pur senza diritto di voto, alle delibere sulle valutazioni di professionalità dei magistrati e a quelle sulla magistratura onoraria. Parere obbligatorio dei Consigli dell’Ordine sui magistrati del foro ai fini della loro valutazione e delle nomine a incarichi direttivi. Il Consiglio nazionale forense ha approvato un documento con alcune proposte di modifica della legge Mastella (n. 111/2007). Il Cnf ha inviato poi una circolare agli Ordini sulla sentenza della Consulta che esclude i praticanti dalla difesa d’ufficio.
Roma. Una proposta di modifica dell’ordinamento giudiziario per garantire una partecipazione ampia agli avvocati nei consigli giudiziari, gli organi di autogoverno locali della magistratura.
L’ha approvata venerdì scorso il Consiglio nazionale forense, in occasione della seduta amministrativa, accogliendo il lavoro predisposto il 17 marzo nella riunione degli avvocati componenti dei consigli giudiziari coordinata dal consigliere Cnf, Andrea Mascherin.
Le modifiche proposte, in particolare, si propongono di:
a) stabilire per legge che i componenti avvocati partecipano alla discussione e alle deliberazioni anche nelle materie nelle quali non hanno diritto di voto (pareri per la valutazione di professionalità dei magistrati e pareri su collocamenti a riposo, dimissioni, decadenza dall’impiego) e nella materia di magistratura onoraria; il documento spiega che tale proposta tende a consentire la partecipazione alla discussione in tutte le materie di competenza del consiglio giudiziario, eliminando le incertezze e le diverse prassi che si sono instaurate in sede locale.
b) di prevedere, nelle norme sulla valutazione di professionalità dei magistrati, che il consiglio giudiziario acquisisca e valuti obbligatoriamente anche le “osservazioni motivate del consigli dell’Ordine degli avvocati”, osservazioni che andranno acquisite anche per le deliberazioni attinenti all’assunzione di incarichi direttivi e semi-direttivi con riferimento all’attitudine al conferimento di tali funzioni. E di prevedere ancora che il Consiglio dell’Ordine che ha presentato osservazioni motivate, abbia la facoltà di impugnare davanti al Tar il provvedimento del Consiglio superiore della magistratura; obiettivo è quello di assicurare, acquisendo le osservazioni del Coa, utili elementi di conoscenza su fatti specifici che incidono sulla professionalità del magistrato.
c) di prevedere, infine, nel giudizio di idoneità finalizzato al passaggio di funzioni giudicanti e requirenti e viceversa, che il presidente della Corte di appello acquisisca anche le osservazioni motivate del consiglio dell’ordine degli avvocati. Il documento propone ancora di intervenire sulle modalità di elezione e designazione dei componenti dei Consigli giudiziari, per una maggiore rappresentanza geografica e diversificazione delle competente e per consentire alle Regioni ( che con la Finanziaria 2010 possono firmare convenzioni con il ministero per il potenziamento del servizio giustizia) di esprimere un loro componente.
L’obiettivo sotteso a queste modifiche è quello di sviluppare lo spirito delle norme sui consigli giudiziari, introdotte con il decreto legislativo 25/2006 (poi modificato dalla legge Mastella, n. 111/2007), che hanno coinvolto l’avvocatura nell’autogoverno dei magistrati. Ma è anche quello di garantire uniformità di comportamento e di prassi all’interno dei Consigli giudiziari tra i quali alcuni sono aperti a una salda collaborazione con l’avvocatura, altri meno. Nella riunione del 17 marzo è stato deciso poi di costituire due gruppi di lavoro: il primo con lo scopo di predisporre una griglia di valutazione dei magistrati che potrà essere utilizzata dai Consigli dell’Ordine e dagli stessi Consigli giudiziari; il secondo si occuperà di redigere un manuale snello per spiegare struttura e compiti dei Consigli giudiziari. E’ stata infine stabilita l’opportunità di organizzare una serie di eventi formativi a livello distrettuale rivolta sia ai consiglieri dell’Ordine che agli iscritti per favorire la conoscenza su questi organi di autogoverno della magistratura, ai quali l’avvocatura partecipa. Intanto, i rappresentanti legali nei CCGG si riuniranno ancora il 14 maggio.
Difesa d’ufficio. Il Cnf ha diramato oggi una circolare agli Ordini (circ. 12-C-2010) per richiamare l’attenzione sulla sentenza della Corte Costituzionale n. 106/2010 che ha dichiarato illegittima la norma dell’ordinamento forense che ammetteva i praticanti tra i difensori d’ufficio. Nella circolare, il Cnf invita i presidenti Coa ad aggiornare gli elenchi dei difensori d’ufficio secondo le indicazioni della Consulta.
fonte http://www.consiglionazionaleforense.it/on-line/Home/AreaStampa/Comunicatistampa/articolo6385.html
Roma. Una proposta di modifica dell’ordinamento giudiziario per garantire una partecipazione ampia agli avvocati nei consigli giudiziari, gli organi di autogoverno locali della magistratura.
L’ha approvata venerdì scorso il Consiglio nazionale forense, in occasione della seduta amministrativa, accogliendo il lavoro predisposto il 17 marzo nella riunione degli avvocati componenti dei consigli giudiziari coordinata dal consigliere Cnf, Andrea Mascherin.
Le modifiche proposte, in particolare, si propongono di:
a) stabilire per legge che i componenti avvocati partecipano alla discussione e alle deliberazioni anche nelle materie nelle quali non hanno diritto di voto (pareri per la valutazione di professionalità dei magistrati e pareri su collocamenti a riposo, dimissioni, decadenza dall’impiego) e nella materia di magistratura onoraria; il documento spiega che tale proposta tende a consentire la partecipazione alla discussione in tutte le materie di competenza del consiglio giudiziario, eliminando le incertezze e le diverse prassi che si sono instaurate in sede locale.
b) di prevedere, nelle norme sulla valutazione di professionalità dei magistrati, che il consiglio giudiziario acquisisca e valuti obbligatoriamente anche le “osservazioni motivate del consigli dell’Ordine degli avvocati”, osservazioni che andranno acquisite anche per le deliberazioni attinenti all’assunzione di incarichi direttivi e semi-direttivi con riferimento all’attitudine al conferimento di tali funzioni. E di prevedere ancora che il Consiglio dell’Ordine che ha presentato osservazioni motivate, abbia la facoltà di impugnare davanti al Tar il provvedimento del Consiglio superiore della magistratura; obiettivo è quello di assicurare, acquisendo le osservazioni del Coa, utili elementi di conoscenza su fatti specifici che incidono sulla professionalità del magistrato.
c) di prevedere, infine, nel giudizio di idoneità finalizzato al passaggio di funzioni giudicanti e requirenti e viceversa, che il presidente della Corte di appello acquisisca anche le osservazioni motivate del consiglio dell’ordine degli avvocati. Il documento propone ancora di intervenire sulle modalità di elezione e designazione dei componenti dei Consigli giudiziari, per una maggiore rappresentanza geografica e diversificazione delle competente e per consentire alle Regioni ( che con la Finanziaria 2010 possono firmare convenzioni con il ministero per il potenziamento del servizio giustizia) di esprimere un loro componente.
L’obiettivo sotteso a queste modifiche è quello di sviluppare lo spirito delle norme sui consigli giudiziari, introdotte con il decreto legislativo 25/2006 (poi modificato dalla legge Mastella, n. 111/2007), che hanno coinvolto l’avvocatura nell’autogoverno dei magistrati. Ma è anche quello di garantire uniformità di comportamento e di prassi all’interno dei Consigli giudiziari tra i quali alcuni sono aperti a una salda collaborazione con l’avvocatura, altri meno. Nella riunione del 17 marzo è stato deciso poi di costituire due gruppi di lavoro: il primo con lo scopo di predisporre una griglia di valutazione dei magistrati che potrà essere utilizzata dai Consigli dell’Ordine e dagli stessi Consigli giudiziari; il secondo si occuperà di redigere un manuale snello per spiegare struttura e compiti dei Consigli giudiziari. E’ stata infine stabilita l’opportunità di organizzare una serie di eventi formativi a livello distrettuale rivolta sia ai consiglieri dell’Ordine che agli iscritti per favorire la conoscenza su questi organi di autogoverno della magistratura, ai quali l’avvocatura partecipa. Intanto, i rappresentanti legali nei CCGG si riuniranno ancora il 14 maggio.
Difesa d’ufficio. Il Cnf ha diramato oggi una circolare agli Ordini (circ. 12-C-2010) per richiamare l’attenzione sulla sentenza della Corte Costituzionale n. 106/2010 che ha dichiarato illegittima la norma dell’ordinamento forense che ammetteva i praticanti tra i difensori d’ufficio. Nella circolare, il Cnf invita i presidenti Coa ad aggiornare gli elenchi dei difensori d’ufficio secondo le indicazioni della Consulta.
fonte http://www.consiglionazionaleforense.it/on-line/Home/AreaStampa/Comunicatistampa/articolo6385.html
La riforma forense giudicata dagli under 40
Il senso della riforma forense al vaglio del Senato? «Far sì che gli avvocati di domani rimangano negli studi di oggi, come sono oggi – a conduzione familiare, asfittici e senza capitali – a fare bassa manovalanza». L'indipendenza della professione? «Uno slogan vuoto. È più libero un avvocato assunto da uno studio con un contratto riconosciuto o un dipendente "cammuffato" da autonomo con la partita Iva, con tutti gli oneri dell'assenza di garanzie e senza gli onori di una retribuzione dignitosa?». Per Claudio Cenacchi, trentenne penalista bolognese temporaneamente migrato in California per un master of Laws all'università di San Diego (con abilitazione Usa, il Bar), il senso della formazione continua è farselo riconoscere dall'Ordine di Bologna «anche se non è un corso organizzato dall'Albo».
Per i giovani avvocati e praticanti (pochi) che si sono formati un'opinione sulla riforma – calendarizzata all'assemblea del Senato – la sensazione è spesso quella di parlare una lingua incompatibile rispetto ai vertici istituzionali. Non c'è nostalgia per le tariffe minime, sulla pubblicità hanno idee creative (soprattutto su come creare siti o veicolarsi nei social network). Il timore è che la riforma non crei le condizioni per un mercato più aperto, capace di farli uscire dalle secche. Ma solo qualche paletto in più a una già precaria autonomia professionale.
«Il testo serve a rafforzare la qualità dell'avvocatura? Io sto facendo formazione a spese mie – spiega Cenacchi – e neppure ricevo risposte dall'Ordine. Però nel testo di riforma si vogliono esonerare dagli adempimenti formativi quelli che hanno 30 anni di anzianità, gli assessori e i docenti universitari. Chi ha detto che sono più preparati? Io farei abilitazioni graduali per tutti, con esami per diventare cassazionista, per entrare nei tribunali collegiali o in Corte d'Assise, senza rendite di posizione per età tra chi è entrato 20 o 30 anni fa e chi arriva ora, che non può pagare con ulteriori ostacoli i decenni di esami scandalosi in cui non è esistita selezione».
«Una selezione meritocratica che passi per criteri numerici, che siano dei redditi o risposte ai quiz mi lascia perplessa», spiega Valentina Lucianetti, 32 anni, avvocato di Foggia. «Lo stop ai candidati – prosegue – non può arrivare alle soglie dell'abilitazione. Tocca all'università orientare gli studenti verso la professione o l'impresa. Dopo si rischia di frustrare aspettative e illusioni».
Ammette di non aver seguito la vicenda Mauro Nicastro, siciliano iscritto al foro bolognese «anche perchè il testo è ancora in divenire e i tempi parlamentari sono lunghi», ma lamenta la lontananza degli Ordini: «È una riforma che inciderà molto sul nostro futuro; mi chiedo perché, anche solo a livello consultivo, l'Ordine non abbia organizzato un incontro, per sentire i pareri degli iscritti».
«Se il reddito diventa requisito per la cancellazione dall'Albo si rischia di estromettere solo giovani e mamme – ribatte Giulia Possessere, romana, 30 anni e un bimbo di 4 mesi –. Io lavoro da casa dal 2007, in autonomia, ma non raggiungo i limiti per l'iscrizione alla Cassa. Vivo sul passaparola: faccio bene la multa e il cliente mi chiede di curare la causa di separazione del fratello. Amo il mio lavoro ma vivo in un'infinita start-up. Siamo in tantissimi; chi ci governa lo sa?».
fonte http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Norme%20e%20Tributi/2010/03/giovani-avvocati-riforma-forense.shtml?uuid=dac846e0-3074-11df-9b84-9f36f6ec4706&DocRulesView=Libero
Per i giovani avvocati e praticanti (pochi) che si sono formati un'opinione sulla riforma – calendarizzata all'assemblea del Senato – la sensazione è spesso quella di parlare una lingua incompatibile rispetto ai vertici istituzionali. Non c'è nostalgia per le tariffe minime, sulla pubblicità hanno idee creative (soprattutto su come creare siti o veicolarsi nei social network). Il timore è che la riforma non crei le condizioni per un mercato più aperto, capace di farli uscire dalle secche. Ma solo qualche paletto in più a una già precaria autonomia professionale.
«Il testo serve a rafforzare la qualità dell'avvocatura? Io sto facendo formazione a spese mie – spiega Cenacchi – e neppure ricevo risposte dall'Ordine. Però nel testo di riforma si vogliono esonerare dagli adempimenti formativi quelli che hanno 30 anni di anzianità, gli assessori e i docenti universitari. Chi ha detto che sono più preparati? Io farei abilitazioni graduali per tutti, con esami per diventare cassazionista, per entrare nei tribunali collegiali o in Corte d'Assise, senza rendite di posizione per età tra chi è entrato 20 o 30 anni fa e chi arriva ora, che non può pagare con ulteriori ostacoli i decenni di esami scandalosi in cui non è esistita selezione».
«Una selezione meritocratica che passi per criteri numerici, che siano dei redditi o risposte ai quiz mi lascia perplessa», spiega Valentina Lucianetti, 32 anni, avvocato di Foggia. «Lo stop ai candidati – prosegue – non può arrivare alle soglie dell'abilitazione. Tocca all'università orientare gli studenti verso la professione o l'impresa. Dopo si rischia di frustrare aspettative e illusioni».
Ammette di non aver seguito la vicenda Mauro Nicastro, siciliano iscritto al foro bolognese «anche perchè il testo è ancora in divenire e i tempi parlamentari sono lunghi», ma lamenta la lontananza degli Ordini: «È una riforma che inciderà molto sul nostro futuro; mi chiedo perché, anche solo a livello consultivo, l'Ordine non abbia organizzato un incontro, per sentire i pareri degli iscritti».
«Se il reddito diventa requisito per la cancellazione dall'Albo si rischia di estromettere solo giovani e mamme – ribatte Giulia Possessere, romana, 30 anni e un bimbo di 4 mesi –. Io lavoro da casa dal 2007, in autonomia, ma non raggiungo i limiti per l'iscrizione alla Cassa. Vivo sul passaparola: faccio bene la multa e il cliente mi chiede di curare la causa di separazione del fratello. Amo il mio lavoro ma vivo in un'infinita start-up. Siamo in tantissimi; chi ci governa lo sa?».
fonte http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Norme%20e%20Tributi/2010/03/giovani-avvocati-riforma-forense.shtml?uuid=dac846e0-3074-11df-9b84-9f36f6ec4706&DocRulesView=Libero
Avvocatesse in trincea: quote rosa nella categoria
Prima di politiche di sostegno serve un cambiamento delle regole del gioco. Per evitare che queste ultime siano sempre e solo quelle che fondano la professione legale su paradigmi solo maschili. Con questo obiettivo da raggiungere sarebbe utile anche il criterio delle quote negli organismi di categoria più significativi, dal Consiglio nazionale forense alla cassa di previdenza. È anche a queste conclusioni che approda una ricerca del Censis che sarà presentata oggi a Roma, condotta con la collaborazione dell'Aiga e della commissione Pari opportunità del Cnf.
Nel corso della rilevazione sono stati raccolti 401 questionari: 113 a Bergamo, 97 a Reggio Emilia, 78 ad Ancona e 113 a Trani. La componente giovane dell'avvocatura femminile costituisce la gran parte delle donne intervistate: il 78,6% ha fino a 44 anni di età, distribuito per il 27,4% dai 27 ai 34 anni, per il 31,3% dai 35 ai 39 anni, per il 22,9% dai 40 ai 44 anni. Si tratta per la maggior parte di donne sposate o conviventi (67,3%), con una alta frequenza di nubili (27,7%) e una componente molto più contenuta di separate o di divorziate (4,5%). Il 47,2% delle intervistate non ha alcun figlio, il 26,4% uno soltanto, il 22,2% due e il 4.2% oltre due. L'età in cui è arrivato il primo figlio si concentra nella fascia dai 30 ai 34 anni (54,8%). Come a, osserva la ricerca, dire che più della metà delle avvocate non aspettano di avere fatto carriera per mettere al mondo un bambino, con tutto ciò che ne deriva in termini di difficoltà nella conciliazione e di rallentamento dei percorsi di accesso ad una più solida posizione professionale. A completare il progetto si sono poi tenuti tre focus group a Verona, Lucca e Siracusa.
Dalle interviste prende corpo il luogo comune per cui le donne avvocato sono considerate soprattutto idonee a occuparsi di persone più che di affari e dunque prevalentemente adatte al cosiddetto contenzioso di massa, con particolare riferimento alle questioni familiari e condominiali, contrattuali o all'infortunistica. Le donne avvocato vengono contattate dalla clientela per questioni che hanno a che fare con la famiglia e i minori (68,5%), con la proprietà/locazioni e condomini (55,2%), con la contrattualistica (52,1%), l'infortunistica (50,25%) o le esecuzioni (46,5%). Al contrario, un numero particolarmente esiguo risulta coinvolto per quanto riguarda i reati societari (2,6%), i reati contro o i conflitti con la pubblica amministrazione. (rispettivamente il 3,8% e l'8,2%), le questioni bancarie (8%) e le società in generale (12%). Più consistente, ma sempre piuttosto ridotta, la percentuale delle donne avvocato che si occupano di fallimenti (17,1%), di reati contro la persona (18,1%) o di lavoro (27,9%).
La disparità di trattamento rispetto ai colleghi maschi passa anche attraverso una marcata asimmetria nelle retribuzioni. Sono infatti addirittura l'85,7% (ma si arriva a una percentuale dell'87% nel caso delle sposate, dell'88,5% nel caso delle associate e del 90,6% nel caso delle professioniste che esercitano nell'Italia centrale) le donne avvocato intervistate che denunciano una capacità di guadagno nettamente differente (e in generale inferiore) rispetto agli uomini.
Il fattore che più contribuisce a rendere critica la condizione professionale dell'avvocatura viene individuato dalla maggioranza delle intervistate (56,7%) nel «numero crescente dei colleghi». L'insufficienza o la mancanza di risorse materiali può essere poi di impedimento per una professionista, sia pure preparata e motivata, a svolgere, se non addirittura ad avviare, la sua attività. Ecco dunque che al 2° posto della graduatoria dei fattori che rendono critica la condizione professionale dell'avvocatura si colloca «la difficoltà a far crescere lo studio» (lo afferma il 32,7% delle intervistate) o, al 5°, «la difficoltà di aprire uno studio» (15,5%).
fonte http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/dossier/Economia%20e%20Lavoro/2010/donne-economia/questione-genere/avvocatesse-quote-rosa.shtml?uuid=9729e1b8-2b4d-11df-9e06-f0245f3b8bda&DocRulesView=Libero
Nel corso della rilevazione sono stati raccolti 401 questionari: 113 a Bergamo, 97 a Reggio Emilia, 78 ad Ancona e 113 a Trani. La componente giovane dell'avvocatura femminile costituisce la gran parte delle donne intervistate: il 78,6% ha fino a 44 anni di età, distribuito per il 27,4% dai 27 ai 34 anni, per il 31,3% dai 35 ai 39 anni, per il 22,9% dai 40 ai 44 anni. Si tratta per la maggior parte di donne sposate o conviventi (67,3%), con una alta frequenza di nubili (27,7%) e una componente molto più contenuta di separate o di divorziate (4,5%). Il 47,2% delle intervistate non ha alcun figlio, il 26,4% uno soltanto, il 22,2% due e il 4.2% oltre due. L'età in cui è arrivato il primo figlio si concentra nella fascia dai 30 ai 34 anni (54,8%). Come a, osserva la ricerca, dire che più della metà delle avvocate non aspettano di avere fatto carriera per mettere al mondo un bambino, con tutto ciò che ne deriva in termini di difficoltà nella conciliazione e di rallentamento dei percorsi di accesso ad una più solida posizione professionale. A completare il progetto si sono poi tenuti tre focus group a Verona, Lucca e Siracusa.
Dalle interviste prende corpo il luogo comune per cui le donne avvocato sono considerate soprattutto idonee a occuparsi di persone più che di affari e dunque prevalentemente adatte al cosiddetto contenzioso di massa, con particolare riferimento alle questioni familiari e condominiali, contrattuali o all'infortunistica. Le donne avvocato vengono contattate dalla clientela per questioni che hanno a che fare con la famiglia e i minori (68,5%), con la proprietà/locazioni e condomini (55,2%), con la contrattualistica (52,1%), l'infortunistica (50,25%) o le esecuzioni (46,5%). Al contrario, un numero particolarmente esiguo risulta coinvolto per quanto riguarda i reati societari (2,6%), i reati contro o i conflitti con la pubblica amministrazione. (rispettivamente il 3,8% e l'8,2%), le questioni bancarie (8%) e le società in generale (12%). Più consistente, ma sempre piuttosto ridotta, la percentuale delle donne avvocato che si occupano di fallimenti (17,1%), di reati contro la persona (18,1%) o di lavoro (27,9%).
La disparità di trattamento rispetto ai colleghi maschi passa anche attraverso una marcata asimmetria nelle retribuzioni. Sono infatti addirittura l'85,7% (ma si arriva a una percentuale dell'87% nel caso delle sposate, dell'88,5% nel caso delle associate e del 90,6% nel caso delle professioniste che esercitano nell'Italia centrale) le donne avvocato intervistate che denunciano una capacità di guadagno nettamente differente (e in generale inferiore) rispetto agli uomini.
Il fattore che più contribuisce a rendere critica la condizione professionale dell'avvocatura viene individuato dalla maggioranza delle intervistate (56,7%) nel «numero crescente dei colleghi». L'insufficienza o la mancanza di risorse materiali può essere poi di impedimento per una professionista, sia pure preparata e motivata, a svolgere, se non addirittura ad avviare, la sua attività. Ecco dunque che al 2° posto della graduatoria dei fattori che rendono critica la condizione professionale dell'avvocatura si colloca «la difficoltà a far crescere lo studio» (lo afferma il 32,7% delle intervistate) o, al 5°, «la difficoltà di aprire uno studio» (15,5%).
fonte http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/dossier/Economia%20e%20Lavoro/2010/donne-economia/questione-genere/avvocatesse-quote-rosa.shtml?uuid=9729e1b8-2b4d-11df-9e06-f0245f3b8bda&DocRulesView=Libero
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